martedì 23 aprile 2024

La battaglia dei libri: l'eterno conflitto tra antichità e modernità

Oggi si celebra la Giornata mondiale del libro e del diritto d'autore: quale migliore occasione per rispolverare un'opera che, alla luce dell'attuale periodo storico (che di luce ne ha ben poca), parla (metaforicamente) di un conflitto avente per protagonisti i libri?

Una vicenda paradossale in cui fiumi di inchiostro scorrono tra cavalieri e arcieri, zuffe e agguati, pagine strappate e volumi trafitti!

Si tratta de La battaglia dei libri (1704), dove l'autore Jonathan Swift racconta l'epico e fantasioso scontro che agitò gli scaffali della biblioteca di Saint James, a Londra.

Tutto nacque da una disputa britannica di fine Seicento, sorta per determinare quale tra la cultura moderna e la cultura antica meritasse il primato letterario.

In seguito alla pubblicazione del saggio Of ancient and modern learning di Sir William Temple, che elogiava le opere antiche, alcuni intellettuali "filo-moderni" risposero celebrando i letterati contemporanei, nel tentativo di demolire la reputazione di autori del passato come Esopo e Falaride.

Per Temple, infatti, i Moderni non erano altro che nani sulle spalle di giganti (gli Antichi); ma alcuni critici, come il filologo Richard Bentley, non erano affatto d'accordo.

Partendo da questa contesa, Jonathan Swift immaginò che anche i libri di Saint James, considerandosi parti in causa, avessero deciso di inserirsi nel dibattito, dando vita a una battaglia decisiva tra gli scaffali della biblioteca.

Come l'inizio di ogni guerra che si "rispetti", anche quella tra i libri di Saint James doveva avere il suo pretesto: una scintilla in grado di far esplodere il conflitto. 

In assenza di un Gavrilo Pincip e di un arciduca da assassinare, Swift fondò la lite sulla volontà dei Moderni di spodestare gli Antichi.

Le due fazioni, infatti, vivevano sul Parnaso, il monte greco consacrato al culto del dio Apollo e sede delle nove Muse.

La parte più alta del Parnaso era abitata dagli Antichi, quella più bassa dai Moderni. Un giorno questi ultimi decisero di inviare un ambasciatore ai primi per chiedere di scambiarsi di posto, guadagnando così la cima del monte; oppure di spianare la vetta, affinché l'altezza della parete rocciosa, abitata dagli Antichi, non precludesse ai Moderni la vista del panorama orientale.

Ovviamente gli Antichi rifiutarono e la diplomazia ebbe vita brevissima.
Da Tasso a Milton, passando per Bacone, Dryden, Wither, Cartesio, Gassendi e Hobbes, i Moderni decisero quindi di organizzarsi militarmente per sferrare l'attacco.

Allo stesso modo fecero gli Antichi, con Omero, Pindaro, Euclide, Platone, Erodoto, Livio, Virgilio e un povero Esopo che cercava vanamente la morale dell'intera vicenda!

Anche alcuni critici letterari parteciparono alla battaglia. Tra questi non poteva mancare il sopraccitato William Temple, che ovviamente supportò gli Antichi.

Inoltre, come un vero e proprio poema omerico in prosa, non mancarono gli interventi divini in favore dell'una o dell'altra fazione.

Al di là delle scene di guerra descritte nell'opera e del sapore parodico dell'intera vicenda, La battaglia dei libri è un simpatico espediente utilizzato da Swift per dar vita a una sottile satira nei confronti degli intellettuali dell'epoca: critici e filologi che, animati da una buona dose di orgoglio e autoreferenzialità, si affannavano e si scontravano per far valere le proprie ragioni.

In conclusione, penso sia impossibile (e credo che probabilmente non abbia senso) provare a determinare il primato degli Antichi sui Moderni o viceversa. Swift fu dello stesso avviso, elaborando un ulteriore escamotage al fine di lasciare la questione in sospeso.

Per approfondire la conoscenza della battaglia e scoprire lo stratagemma ideato dall'autore irlandese, non vi resta che leggere il racconto...


giovedì 18 aprile 2024

30 anni di Vicenza patrimonio UNESCO

È il 1994 quando il centro storico di Vicenza, insieme a 23 opere palladiane e a tre ville suburbane, viene inserito nella Lista del Patrimonio Mondiale UNESCO. Due anni dopo, nel 1996, il sito verrà ulteriormente esteso con l’inserimento di altre 21 ville palladiane che, ancora oggi, impreziosiscono l'eredità culturale e architettonica del Veneto.

Per celebrare questo importante anniversario, da oggi a domenica 21 aprile si svolgeranno diverse iniziative culturali che animeranno la città e il territorio berico.

Dal “Palladio nascosto” alla narrazione dei suoi grandi capolavori (a cura delle Guide Turistiche di Vicenza), passando per i silent play “Pietre che parlano” e “Palladio tra le righe” (a cura de La Piccionaia), solo per citarne alcune, sono davvero numerose le attività e gli eventi organizzati per promuovere lo splendore del capoluogo veneto e per raccontare la vita di Andrea Palladio, tra i personaggi più illustri della storia del nostro Paese.

A ciò si aggiungono le aperture straordinarie di alcuni dei più affascinanti palazzi rinascimentali e delle più maestose ville venete, per un suggestivo viaggio tra i tesori architettonici e artistici del territorio vicentino, e non solo.

Clicca sul link per scoprire il programma: https://www.piccionaia.org/trentanniunesco/


domenica 24 marzo 2024

"Una Risata ci Salverà": riflessioni sulla satira religiosa, da Sergio Staino a Moni Ovadia

«Politica, sesso, religione e morte sono i quattro capisaldi, i quattro macro-tabù per eccellenza». 

Voglio partire da questa frase dell’attore Giorgio Montanini, tra i comici più graffianti del panorama satirico italiano. I quattro argomenti citati da Montanini sono anche i quattro principali temi a cui, storicamente, la satira dedica la sua attenzione. Personalmente aggiungerei un quinto elemento, lo “scontro maschio vs femmina”, con una netta prevalenza delle invettive nei confronti delle donne (si vedano la satira VI di Giovenale o la satira di Francesco Buoninsegni, per citarne un paio), ma facciamo pure rientrare il tema nel macro-tabù del Sesso.

Il regista Michelangelo Gregori
Pur essendo tutte materie che sarebbe interessante indagare con lo sguardo tagliente della satira, Michelangelo Gregori (attore, drammaturgo, sceneggiatore e regista) ha deciso di focalizzare la propria attenzione sull’aspetto religioso che occupa una posizione decisamente importante nei testi di molti satirografi e nelle produzioni artistiche di tanti vignettisti e fumettisti satirici.
In che modo? Esplorando l’intersezione tra umorismo, satira e religione e analizzando come si influenzano reciprocamente. 

Una Risata ci Salverà è il docufilm attraverso il quale Gregori ha intervistato attori, registi, illustratori e studiosi al fine di raccogliere interessanti riflessioni e stimolanti punti di vista sulla satira religiosa e sull’annosa questione: «Si può ridere di tutto? Anche delle religioni e di ciò che orbita attorno a esse?»

Durante la redazione della mia tesi di laurea, incentrata sul “diritto di satira”, giunto alla stesura del paragrafo sulla satira religiosa, mi affidai alle considerazioni del giurista e magistrato Vincenzo Pezzella che, nel suo libro La diffamazione. Le nuove frontiere della responsabilità penale e civile e della tutela della privacy nell’epoca delle chat e dei social (UTET, 2016), individua tre tipi di satira religiosa e di relativi “bersagli”:

  1. il primo tipo ridicolizza i rappresentanti “in Terra” di una confessione (molto banalmente: il Papa, l’Imam, il Dalai Lama, i rabbini, i sacerdoti eccetera);
  2. il secondo tipo deride entità ultraterrene o figure particolarmente rilevanti per la religione (da Dio ad Allah, da Gesù Cristo a Maometto, colpendo anche personaggi affini, come la Madonna, gli Apostoli o lo Spirito Santo);
  3. il terzo tipo attacca le comunità dei credenti, ossia i vari fedeli che aderiscono all’uno o all’altro culto (cristiani, islamici, buddisti eccetera).

Una Risata ci Salverà non opera alcuna distinzione, interrogando piuttosto i protagonisti sull’opportunità o meno di ridere delle religioni e sulla presenza o meno di limiti che possano arginare l’attività degli autori satirici.

Muovendo da queste domande (solo immaginate, poiché, di fatto, la voce dell’intervistatore non si sente mai), gli intervistati esprimono le proprie opinioni attraverso interessanti monologhi volti a definire la loro posizione sulla questione.

C’è, quindi, chi rivendica strenuamente la libertà d’espressione, evidenziando l’importanza di disinteressarsi del sentimento altrui e avendo come unico faro il rispetto delle leggi vigenti, onde evitare di scadere nella diffamazione; chi pone come unico limite il buon gusto; chi definisce la satira religiosa (almeno entro i confini nazionali) “molto blanda” anche a causa della storia politica e culturale del nostro Paese; chi sottolinea come l’integralismo sia il peggior nemico della satira perché, in un modo o nell’altro, la mette a tacere e chi, al contrario, lo ritiene (provocatoriamente) il suo miglior alleato, poiché più un ambiente è integralista, maggiore sarà il terreno fertile di cui la satira potrà disporre per coltivare nuova democrazia e libertà di pensiero (salvo che, appunto, il terreno non venga “inaridito” dall’integralismo stesso, al fine di evitare che la satira attecchisca).

Sullo sfondo di ciascun intervento, dal primo all’ultimo minuto di questa piacevolissima ora dedicata alla satira religiosa, aleggia, come un fantasma turbato, l’immagine di un uomo la cui irrequietezza è palpabile.

La sua peregrinazione pare rappresentare l’insofferenza che ognuno di noi vive quando si pone domande per le quali non esiste una vera e propria risposta.

Ad un certo punto, il turbamento di quest’uomo, disorientato e accigliato, sembra avere il sopravvento; ma dopo le riflessioni e le considerazioni dei protagonisti (tra le tante, sono particolarmente degne di nota la differenza tra comicità e satira illustrata da Saverio Raimondo, gli aneddoti di Sergio Staino e la libertà di ridere rivendicata da Moni Ovadia per «distruggere qualsiasi forma di arroganza, perché l’arroganza porta all’idolatria di sé stessi»), il misterioso individuo sembra ritrovarsi grazie al più naturale e caratteristico dei gesti umani…

Una Risata ci Salverà è disponibile on demand sulla piattaforma OpenDDB al seguente link: https://openddb.it/film/una-risata-ci-salvera/ 

Qui il trailer: https://www.youtube.com/watch?v=VY4BjsrgDEk 

Buona visione!


venerdì 8 marzo 2024

Scrittrici taciute, ignorate, dimenticate: la silenziosa storia della letteratura femminile

Thomas Pollock Anshutz, "Donna che scrive su un tavolo", 1905 ca.
Nel 2019, la casa editrice Bompiani pubblicò un libro intitolato Scrittori! Vite, curiosità e capolavori dei più grandi autori del mondo: una raccolta delle più importanti opere letterarie e di alcuni fatti sorprendenti riguardanti i vari narratori.

Un libro molto godibile, incentrato particolarmente sui diversi capolavori e condito con cenni biografici per rendere il tutto più curioso e accattivante. Però, trattandosi di scrittori, i protagonisti sono uomini e non c’è traccia, lungo queste duecento pagine, di penne femminili.

Ecco perché esattamente tre anni dopo, nel 2022, le stesse autrici (la redattrice Katharina Mahrenholtz e l’illustratrice Dawn Parisi) realizzarono un nuovo volume, sempre edito da Bompiani, intitolato questa volta Scrittrici! Le autrici e le opere più famose del mondo: una carrellata di narratrici nella quale, a differenza del volume precedente dedicato ai colleghi maschi e alle loro fatiche letterarie, viene data molta più importanza alle vite e alle vicissitudini affrontate dalle protagoniste rispetto alle opere stesse.

Una scelta consapevole, come sottolineano le autrici del volume, per evidenziare le difficoltà che le donne hanno incontrato, nel corso della storia, al fine di potersi affermare come scrittrici, divincolandosi da quei luoghi comuni che, nei secoli, hanno impedito loro di spiccare il volo nei cieli della letteratura, ma anche dell’arte, della scienza, dell’imprenditoria eccetera.

E pensare che, nonostante due terzi di tutti gli analfabeti adulti siano donne e che solo il 12% dei premi Nobel assegnati siano andati a scrittrici, risulta, da diversi studi, che le donne leggono e scrivono molto più degli uomini.

Non è un battaglia di genere, sembrano rimarcare Mahrenholtz e Parisi, ma semplicemente il racconto di una parte della storia della letteratura spesso taciuta, a partire dalle antologie scolastiche.

Ancora oggi, nel 2024, le prime autrici che si studiano in letteratura (eccezion fatta per la poetessa greca Saffo, che infatti inaugura il libro e che viene analizzata principalmente, se non esclusivamente, nei licei classici) sono quelle del XIX o XX secolo come Emily Dickinson, Jane Austen, Virginia Woolf, Grazia Deledda (e spesso nemmeno loro).

Quali sono, dunque, i motivi di queste assenze e di tale disinteresse? 

Intervistata nel 2014 da La Stampa, Cristina Vernizzi, all’epoca direttrice editoriale di Rcs Education, affermava: «Le indicazioni nazionali e le linee guida del ministero non fanno riferimento ai temi di genere. Il che non vuol dire che noi non abbiamo preso a cuore la faccenda. Innanzi tutto c’è una differenza tra i libri del biennio liceale, le cui antologie vanno spesso per temi e generi e sono più libere e per questo contengono più donne, e i manuali del triennio finale, in cui prevale il programma e in cui le donne tendono a scomparire: l’impostazione storicistica e il canone didattico [cioè il criterio di selezione di autori e autrici ndr] che si è sedimentato rendono difficile il cambiamento».

Demetrio Cosola, "Il dettato", 1891
Un altro motivo è sicuramente il fatto che, nei secoli passati, le autrici erano meno conosciute e non avevano avuto la possibilità di esprimere tutto il loro talento. Tuttavia, Rossana Di Fazio, fondatrice dell’Enciclopedia delle donne, sempre nel 2014 contestava il punto, sostenendo che «continuare a dimenticare le grandi scrittrici solo perché non ne si conosce il valore o la produzione è un errore storiografico e anche un modo di trasmettere lo stesso vizio di forma tra i giovani».

Sono passati dieci anni dalle parole di Vernizzi e di Di Fazio, ma la situazione non sembra essere migliorata, come denunciato da Sofia Li Crasti sempre sulle colonne de La Stampa poco meno di tre mesi fa: «I programmi scolastici di letteratura continuano ad escludere le voci femminili. La narrazione storica e culturale italiana è sistematicamente e terribilmente maschile». E non è un problema esclusivamente “liceale”; come sottolinea Li Crasti: «Il 91% dei programmi universitari di letteratura italiana è composto da autori, e solo un misero 9% resta per le autrici. Le donne sono assenti pure dai libri: secondo i risultati di un’indagine sulle antologie di letteratura italiana, la rappresentanza femminile è estremamente bassa, e va da un misero 2,74% all’8,83%».

La scusa della mancanza di informazioni e di fonti riguardanti l’attività letteraria delle donne nel passato sembra, dunque, sempre meno attendibile. Viene quindi naturale chiedersi se la sistematica esclusione della loro voce dalle antologie e dai programmi scolastici non sia piuttosto una scelta consapevole, dettata da una sorta di conservatorismo radicato al punto tale da non concedere alcun cambiamento progressista in tal senso.

Tuttavia, credo che i piccoli gesti possano ancora fare la differenza e che il silenzio della scuola e delle istituzioni sul tema possa essere rotto discutendone e godendo di quelle fonti che, come il sopra citato libro di Mahrenholtz e Parisi, possono farci riscoprire il piacere della letteratura nata dalla mente e dalla penna di donne straordinarie, ma ancora tristemente ignorate.


martedì 13 febbraio 2024

"Su la maschera!" Il carnevale e la commedia dell'arte


Semel in anno licet insanire è il vecchio adagio secondo il quale una volta all’anno è lecito impazzire. E quella volta all’anno è proprio il carnevale, con le maschere e i costumi che colorano le fredde (cambiamento climatico permettendo) giornate invernali.

Nonostante la citazione latina fosse divenuta proverbiale e accostata al carnevale solo in epoca medievale, questa momentanea e, in seguito, variopinta “follia” trova le sue radici nell’antica Grecia, durante le celebrazioni dedicate a Dioniso (non a caso il dio delle feste e dell’ebbrezza), quando cortei mascherati sfilavano per le vie delle città.

Salpando dal Pireo, il principale porto ellenico, e solcando il mar Mediterraneo verso Roma, scopriremo, giunti a destinazione, che anche nella città eterna si iniziarono a festeggiare ricorrenze riconducibili a una sorta di carnevale.

Sembra, infatti, che la parola “carnevale” derivi proprio dal latino carnem levare, cioè appunto “togliere la carne”. Ciò sarebbe riconducibile all'inizio del periodo di Quaresima, portando questo evento, tipicamente pagano, a subire, in un certo senso, l'influenza della cultura cristiana.

Con il passare dei secoli, il carnevale divenne sempre più l’occasione per canzonare non solo l’autorità religiosa, ma anche (e forse soprattutto) quella politica, deridendo il potere, schernendolo e screditandolo.

Durante il Medioevo, la “follia” carnevalesca imperversava nelle corti europee con travestimenti bizzarri e goliardici che talvolta richiamavano gli antichi costumi per così dire “civili” degli antenati e talaltra rievocavano quelli accostabili alla mitologia greco-romana.

Tuttavia, pensando al carnevale, le prime maschere che balzano alla mente sono quelle di Arlecchino, Pantalone, Colombina, Brighella e molti altri. Personaggi che, oltre a popolare le strade e a troneggiare sui carri allegorici, sono i protagonisti della commedia dell’arte: genere teatrale sorto in Italia nella metà del Cinquecento. Caratteristica di tale commedia era l’improvvisazione dei cosiddetti 'tipi fissi', cioè personaggi come i suddetti Arlecchino, Brighella eccetera che, indossando spesso maschere di cuoio, scambiavano, sulla scena, buffi dialoghi mescolando e intrecciando dialetti e lingue differenti.

Verrebbe quindi da pensare che il teatro del XVI secolo avesse ripreso i personaggi del carnevale per dar vita a rappresentazioni teatrali con maschere già note al pubblico… Tutt’altro! Fu proprio il carnevale che “prese in prestito”, dal mondo dello spettacolo, le celebri figure della commedia dell'arte. Pur non avendo un copione vero e proprio, ma solo un canovaccio (cioè una trama che consentisse di comprendere lo svolgimento dell’azione), commediografi e attori svilupparono e caratterizzarono le maschere, attribuendo a ciascuna di esse virtù (poche) e vizi (tanti) tipici dell’essere umano. Divenute poi famose, tali maschere vennero utilizzate dalla gente comune, a prescindere dal ceto di appartenenza, per camuffarsi e divertirsi nel periodo più pazzo dell'anno.

Da questa caratterizzazione derivano l’astuzia subdola del bergamasco Brighella, la superbia altezzosa del bolognese Balanzone, l’avidità burbera del veneziano Pantalone, la furbizia indolente del napoletano Pulcinella, riprendendo così solo alcuni dei difetti umani volutamente caricaturizzati, per giungere a una loro correzione.

Ed è proprio in questo comico e stravagante ammonimento, realizzato attraverso la beffa e il ridicolo, che si esprime la satira delle maschere: irriverente, audace, iperbolica.

Riprendendo la metafora dello specchio di Jonathan Swift, il carnevale, con le sue maschere, da un lato ci consente di essere, per qualche giorno, qualcun altro, ma, dall’altro, riflette (anche psicologicamente) l’essere umano, finendo col farci capire quanto c’è di esagerato e magari di grottesco in ognuno di noi.


sabato 10 febbraio 2024

Umorismo e lavoro: quel binomio perfetto che spesso "spaventa"

Tra i vari annunci di lavoro che popolano il web mi sono imbattuto nell'inserzione di un’azienda che, segnalando una posizione aperta per il ruolo di graphic designer, chiedeva alla persona candidata di inviarle, oltre ai classici cv e portfolio, «il link di un video che ti ha fatto ridere».

Di primo acchito, la richiesta potrebbe sembrare bizzarra, ma considerando lo spirito e il business della suddetta azienda è tutt’altro che stravagante.

Penso che con tale richiesta (a mio parere utile, a prescindere dal tipo di società) venga anche sottolineato un dato fondamentale: l’importante effetto che l’umorismo può avere negli ambienti di lavoro e nella qualità delle attività, più o meno creative, che ognuno di noi è chiamato a svolgere.

A proposito di umorismo, qualche tempo fa ho casualmente sfogliato un’antologia di italiano per le scuole, in cui il primo modulo era intitolato “Pagine d’umorismo”.

Perché questa scelta da parte degli autori, di dare un simile spazio e una tale priorità? Perché, come recita un passaggio dell’introduzione al modulo, chi è dotato di umorismo, «mettendosi nei panni dell'uomo comune, sostenuto da una buona dose di intelligenza, [...] riesce a smascherare debolezze e manie, a mostrarne tutta la loro miseria, a ridicolizzarle». In due parole: a capire.

Da qui l’intelligenza di cui sopra, nel senso etimologico del termine (‘intellegere’, comprendere); e da qui l’importanza di promuovere l’umorismo e di “allenarlo”.

Spesso lo spettro dell’equazione ‘umorismo = frivolezza, superficialità’ aleggia nei luoghi di lavoro, come fosse una minaccia pronta a compromettere la qualità delle prestazioni. 

Tuttavia, il pregiudizio è smentito da molti studi, tra cui quello di Chris Robert, professore alla University of Missouri-Columbia e autore di un’analisi su “Research in Personnel and Human Resources Management”.

Robert ha spiegato che «il legame tra umorismo ed emozioni positive sembra forte, il che è intuitivo, e c'è anche una forte correlazione tra emozioni positive e prestazioni sul posto di lavoro», aggiungendo che «chi ha il senso dell'umorismo di solito è più creativo non solo perché è meno ansioso e stressato, ma anche perché sia l'umorismo che la risoluzione di problemi inaspettati richiedono di trovare una connessione tra fatti non in relazione tra loro».

Quest’ultimo dato è confermato da un ulteriore studio condotto qualche anno fa, su un campione di 185 studenti, dagli psicologi americani Daniel Howrigan e Kevin MacDonald, e pubblicato nella rivista “Evolutionary Psychology”. Al termine della ricerca, è emerso che il senso dell’umorismo era più diffuso tra coloro che avevano più indicatori di intelligenza.

Alla luce di ciò, la speranza è che il binomio umorismo/lavoro possa essere incoraggiato e possa trovare sempre più spazio nelle aziende, al fine di migliorare il nostro umore e, di conseguenza, le nostre attività.


giovedì 11 gennaio 2024

25 anni senza De André, tra malinconia e umorismo


È saltata una corda della chitarra, la terza, il Sol. Così, tesa sulla tastiera della vita, ha deciso, di punto in bianco, di schizzare dal ponte della cassa armonica fino alla paletta. Ha percorso il manico e ha oltrepassato il capotasto con estrema rapidità.

Arricciata e sfibrata, penzolando dalla chiave, non suona più. Si può dire che “il Sol è tramontato”, improvvisamente. Curioso che si sia eclissato proprio oggi, quell’11 gennaio che, 25 anni fa, vide spegnersi un altro sol della musica italiana: Fabrizio De André.

Celebre per le sue canzoni ricche di poesia, con i testi spesso accompagnati da arpeggi delicati, il cantautore genovese, tra onirico e reale, ha saputo raccontare la società con melodiosa delicatezza, senza tuttavia risparmiarle critiche anche pungenti. 

Pensando a De André, la prima caratteristica che balza all’orecchio è forse quella malinconia, più o meno accentuata, che pervade la maggior parte della sua discografia. Probabilmente favorita dai temi affrontati, questa sorta di amarezza esistenziale, a volte solo accennata, altre assai presente, permea molti dei suoi brani: da Via del Campo a La guerra di Piero, passando per La canzone di Marinella, Un blasfemo, La ballata di Michè e Amore che vieni, amore che vai, solo per citarne alcuni.

Ovviamente sarebbe riduttivo e ingiusto limitare il genio e il ricordo di Fabrizio De André entro le anguste mura della malinconia, pur essendo una malinconia che non scade nella tetraggine ma che anzi ambisce al riscatto e al ritrovamento della felicità perduta.

Ad abbattere queste pareti ci pensano, quindi, l’umorismo e la verve, a tratti satirica, che condiscono alcuni dei più celebri pezzi dell’artista genovese.

Senza dubbio, Carlo Martello ritorna dalla battaglia di Poitiers, scritta con il suo amico e sodale Paolo Villaggio, è una canzone spiccatamente comica. Il testo ridicolizza il re dei Franchi ma, metaforicamente, schernisce la figura del potente di ogni epoca. Satireggia, infatti, sull’arroganza del monarca e sui costumi che, pur ambientati nel secolo VIII d.C., possono essere tranquillamente declinati nell’Italia del secondo Novecento.

Tornato dalla guerra, Carlo Martello seduce una ragazza che, alla fine del rapporto sessuale, chiede al sovrano di venir pagata per essersi concessa.

Brontolando e lamentandosi per il prezzo troppo elevato, il re sale lesto in sella per dileguarsi, evitando di saldare il debito, in un divertente contrasto tra il suo eroismo epico, legato alla vittoria di Poitiers, e la sua innegabile cialtroneria.

A proposito di satira civile, pezzi memorabili restano:

  • Il gorilla, dove la scimmia, fuggita dalla gabbia, "ristabilisce" inconsapevolmente la giustizia sociale, violentando, in preda ai suoi istinti animaleschi, un pessimo giudice. Il magistrato «il giorno prima come ad un pollo / con una sentenza un po' originale / aveva fatto tagliare il collo» a un imputato probabilmente innocente;
  • Bocca di Rosa, storia della ragazza che sconvolse il paesino di Sant’Ilario per il suo stile libertino, scatenando l’ira delle concittadine. Uno spaccato di perbenismo e ipocrisia che si conclude, data la stizzita insistenza delle comari, con l’allontanamento della giovane donna dalla comunità;
  • Don Raffaè, in cui De André, dando voce al brigadiere Pasquale Cafiero, denuncia la problematica situazione delle carceri italiane e la connivenza tra Stato e criminalità organizzata. Brillante, in questo caso, l’espediente narrativo dell’autore genovese che, attraverso le parole e gli atteggiamenti servizievoli del brigadiere corrotto, tratteggia la vita agiata che il camorrista Don Raffaè conduce in prigione, sottolineando il potere esercitato dal boss anche al di fuori delle mura carcerarie.

In De André il sorriso è spesso amaro, non c’è dubbio! Ma proprio grazie al suo umorismo ironico e satirico, che ben si sposa con l’indole malinconica, l’artista genovese canta la società con estrema efficacia, fuori dallo spazio e dal tempo.

E quel “sol”, che dopo una fredda notte del 1999 non sarebbe più risorto, sembra risplendere ogni giorno nella sua poesia e nelle sue canzoni, con la speranza che queste non tramontino mai.


lunedì 20 novembre 2023

Ennio Flaiano, il satiro malinconico

«Io credo soltanto nella parola. La parola ferisce, la parola convince, la parola placa. Questo per me è il senso dello scrivere».

Questa vera e propria dichiarazione di fede e di amore verso la parola è una delle tante frasi che costellano l’universo aforistico di Ennio Flaiano, di cui oggi ricorre il 51° anniversario della morte.

Giornalista, scrittore e sceneggiatore, Flaiano esprime, nella propria produzione letteraria, il declino della cultura moderna. Intingendo la penna nel sarcasmo, nel grottesco, nella caricatura, racconta la società italiana di metà Novecento, dimostrandosi particolarmente critico verso il mondo borghese.

Ironico e pungente, fa della satira, specialmente sociale, il genere letterario attraverso il quale manifesta, con una certa amarezza, il suo estro brillante, traducendolo in romanzi (con Tempo di uccidere vinse la prima edizione del premio Strega nel 1947) e in sceneggiature (quella di Guardie e ladri, per la regia di Monicelli e Steno, gli valse il premio al festival di Cannes del 1952).

Ne Il satiro e la satira, saggio di Egidio Delli Rocili dedicato all’amicizia tra l’incisore satirico Mino Maccari e lo stesso Flaiano (Arnaud, 1988), l’autore sottolinea come la satira di Flaiano lasci il segno e si mostri ricca, varia, imprevedibile, eppure venata di una sottile malinconia: una sorta di “spleen” che caratterizza tutta la produzione dello scrittore pescarese.

Nel 1973, un anno dopo la morte di Flaiano, viene pubblicata La solitudine del satiro (Rizzoli, 1973): riflessioni, aneddoti, ricordi di un cronista disincantato che osserva la decadenza di Roma e dell’intero Paese, smascherandone le contraddizioni. Un po’ come quando si vede il proprio compagno di giochi nascosto dietro le tende del salotto: gli spuntano i piedi ed è giunto il momento di farglielo notare.

Il “game over” di Flaiano si sintetizza nel frammento seguente, tratto proprio da quest’ultima opera postuma; un epigramma che, riletto oggi nell’era dei social network, appare come un iceberg di cui, cinquant’anni fa, si vedeva solo la punta: «Mai epoca fu come questa favorevole ai narcisi e agli esibizionisti. Dove sono i santi? Dovremo accontentarci di morire in odore di pubblicità».


mercoledì 21 giugno 2023

Risus quoque vitast: l'editoria di Formíggini, "in questo mondo di cani ringhiosi"


Mi capita tra le mani un libro logoro e acciaccato. Il tempo grava visibilmente sulla copertina strappata, sul dorso polveroso, sulle pagine ingiallite che faticano a stare ancora insieme.

È un’antologia dedicata al poeta Carlo Porta, edita nel 1913; ma ciò che mi colpisce è la collana di appartenenza: Classici del ridere.

“Classici del ridere?”

Con la pigrizia del pollice che scorre mollemente sul display del telefono, cerco, tra un’informazione e l’altra, qualche notizia in più sull’editore, A.F.F.

L’attenzione indolente si fa curiosità quasi morbosa quando leggo di un uomo che nel novembre del 1938 spiccò il volo dalla torre Ghirlandina, a Modena, urlando “Italia! Italia! Italia!” e scrivendo inesorabilmente la parola “Fine” nel libro della propria vita. È un epilogo tanto doloroso quanto sensazionale che termina 60 anni di prestigiosi successi e frustranti insuccessi, di immense gioie e profonde delusioni.

E pare che proprio dalla più cocente di queste ultime fosse nata, nel protagonista, la volontà di giungere a una conclusione estrema, dimostrativa, per lasciare il segno nella storia dell’Italia fascista, sprofondata nel baratro delle leggi razziali.

C’è un’opera dello scrittore e attore contemporaneo Moni Ovadia che si intitola L’ebreo che ride. Ma, prima di lui, di Ovadia dico, ci fu un altro ebreo che, nel solco della migliore tradizione yddish, utilizzò la risata e l’umorismo a mo’ di bussola per orientarsi nella vita: fu proprio l’uomo della Ghirlandina, l’editore Angelo Fortunato Formíggini.

Modenese di sette cotte, e perciò italiano sette volte” come diceva di sé, Formíggini fu un giurista (si laureò, nel 1901, con una tesi intitolata La donna nella Thorà in raffronto con il Manava-Dharma-Sastra: contributo storico giuridico ad un riavvicinamento tra la razza ariana e la semita) e un filosofo (si laureò nuovamente, nel 1907, con un’altra tesi intitolata Filosofia del ridere).

Nel 1908, in barba alla formazione forense, decise di fondare la casa editrice A.F.F., il cui motto, che campeggiava sul logo impresso nelle copertine, era Amor et labor vitast (amore e lavoro sono vita).

A questo “slogan” si accostava una puntualizzazione, spesso inserita all’interno dei suoi libri: Risus quoque vitast, anche la risata è vita! Come, infatti, scrisse: “Nulla è più umano del ridere, nulla è più fautore di affratellamento in questo mondo di cani ringhiosi”.

Tra gli zampilli che esplosero da questo vulcano di idee e di progetti editoriali, emerge proprio la collana Classici del ridere, cui appartiene anche l’antologia sul Porta: 105 opere, pubblicate tra il 1913 e il 1938, scelte dall’editore per il loro carattere umoristico al fine di divertire, ma anche di favorire, mediante la risata, la riflessione dei lettori su temi spinosi o licenziosi. Una scintilla di buon umore in un’epoca, tra la Grande Guerra e la dittatura fascista, tutt’altro che luminosa. 

La collana è popolata di mostri sacri della letteratura: da Petronio e Apuleio a Oscar Wilde e Trilussa, passando per Boccaccio e Rabelais o per autori insospettabili (umoristicamente parlando) come Edgar Allan Poe e Victor Hugo.

Ne scrivo oggi, in occasione del 145° anniversario della sua nascita, per accendere la luce sulla vita di Formíggini, una vera e propria avventura tutta da riscoprire! Al netto dei toni più scuri e più chiari che colorano l’esperienza di ciascun individuo, Formíggini fu indubbiamente un intellettuale brillante, tanto celebre e influente a inizio Novecento quanto dimenticato e taciuto dopo il suicidio: un gesto che incarnò la delusione straziante verso la discriminazione razziale e verso quel partito fascista che, in un primo momento, lo stesso editore aveva appoggiato.
Una dittatura dalla quale si scostò e della quale, in aperta polemica con il filosofo del regime Giovanni Gentile, si burlò nel saggio La ficozza filosofica del fascismo. “Ficozza”, in romanesco, significa “bernoccolo” e, per Formíggini, Gentile fu proprio il “bernoccolo” del regime, la protuberanza patologica che contribuì a rendere il fascismo quel totalitarismo disumano che tutti (o quasi) conosciamo e riconosciamo.

Editorialmente, rispetto ad altri colleghi come Mondadori e Rizzoli (solo per citare un paio di suoi colleghi coevi), Formíggini fu un vero e proprio sognatore, divertente e divertito. Uno dei meno noiosi uomini del suo tempo (come recita un'epigrafe a Modena, da lui stesso predisposta) che volle investire sul bello, sullo spiritoso e soprattutto sull'utile socio-culturale prima ancora che sull’utile economico.

Un imprenditore di cui anche oggi, vedendo certe pubblicazioni di case editrici rinomate e di spessore, attente più alla celebrità degli autori che alla qualità dei contenuti, avremmo ancora dannatamente bisogno: Risus adhuc vitast (la risata è ancora vita). 


Per un approfondimento su Angelo Fortunato Formíggini: Libri da ridere di A. Castronuovo, Stampa Alternativa, 2005

domenica 23 aprile 2023

L'evoluzione del libro: da Sardanapalo agli eBook, passando per Eraclito


Oggi è la giornata mondiale del libro e del diritto d’autore!

Nel British Museum di Londra, alcuni scaffali ospitano numerosissime tavolette di argilla tempestate di grafemi cuneiformi: è la cosiddetta biblioteca del re assiro Sardanapalo, “the first library to contain all knowledge”. Ed è proprio il caso di dire: "Il peso della conoscenza!"

L'evoluzione della'editoria ha “alleggerito” questo peso, passando dalle tavolette di argilla ai papiri, cioè alla carta.

A tal proposito, nella sua opera intitolata proprio “PAPYRUS. L’INFINITO IN UN GIUNCO. La grande avventura del libro nel mondo antico” (Bompiani, 2021), l’autrice Irene Vallejo dedica un capitolo a quello che sembra essere il primo libro dell’antichità europea.


La ricerca della filologa spagnola porta a Eraclito che, tra il VI e il V secolo a.C., depositò una copia della sua opera “Sulla natura” (sotto forma di papiro) nel tempio di Artemide, a Efeso.

Nel testo, che si caratterizza per il contenuto oscuro ed enigmatico, emergono le tesi del filosofo greco e la tensione che scaturisce dalle contraddizioni della realtà, evidenziando come l'alterazione degli equilibri possa essere determinante per i cambiamenti del mondo e della vita.

Apparentemente al sicuro, quella copia andò distrutta nell’incendio che la notte del 21 luglio del 365 a.C. devastò il santuario dedicato alla dea della caccia. 

Il fuoco venne appiccato da Erostrato, un pastore con un unico obiettivo: essere ricordato nei secoli, a prescindere dal motivo e dal mezzo.

Non essendo in grado di compiere gesta eroiche, Erostrato optò per la distruzione di una delle sette meraviglie del mondo antico. E dato che nel 2023 ne sto ancora scrivendo, pare che tale follia abbia dato i suoi bizzarri frutti!

Irene Vallejo conclude il capitolo con un'amara considerazione sulla fragilità dei #libri e su quanti volumi siano stati inceneriti o danneggiati nel corso della storia.

Alla luce di ciò, qual è il ruolo della digitalizzazione dei testi? Gli eBook possono salvare la conoscenza sopra citata? Riusciremo a rinunciare alla carta così come si rinunciò alle tavolette di argilla?

Penso che quel profumo e quella sensazione delle pagine tra le dita non siano replicabili da un polpastrello che scorre su un display. Tuttavia, la tecnologia può certamente aiutare a tutelarci dagli "Erostrato" di oggi e di domani.

Il resto, prima che da leggere, è tutto da scrivere.


sabato 24 dicembre 2022

Jacob Marley: la condanna dell'avarizia da Dante a Dickens


Chi non conosce il Canto di Natale di Charles Dickens? Fin da bambino, grazie a una divertentissima e frizzante trasposizione cinematografica di Brian Henson e dei suoi Muppet (Festa in casa Muppet, 1992), me ne innamorai!

Il ricordo si fa maggiormente nitido ed emozionante alla vigilia di Natale, perché fu proprio nella notte tra il 24 e il 25 dicembre del 1843 che gli spiriti del Natale passato, presente e futuro fecero visita al vecchio avaro Ebenezer Scrooge, protagonista della storia, per favorirne la redenzione.

Pensando a questo usuraio senza cuore e alla sua nottata piuttosto movimentata, tra fantasmi, ricordi e premonizioni, talvolta ci si dimentica del primo spettro incontrato dallo strozzino inglese: lo spirito di Jacob Marley, il suo socio in affari, morto esattamente sette anni prima di quella terrificante apparizione.

Per descrivere l'ex collega di Scrooge e per sottolineare, con cruda realtà, quanto le attività spregiudicate di Marley avessero poi condizionato la vita ultraterrena di quest'ultimo, Dickens si affida al contrappasso in perfetto stile dantesco.

Il contrappasso consiste nel condannare il peccatore a una pena che può essere, per analogia, equivalente al peccato commesso in vita; oppure, per contrasto, opposta al medesimo peccato.

Ad esempio, nel II Cerchio dell'Inferno, il contrappasso per analogia si può notare nella pena inflitta ai lussuriosi che come in vita si lasciarono trasportare dal vento delle passioni, così nell'Aldilà vengono incessantemente sollevati e scaraventati da una tempesta, una «bufera infernal, che mai non resta, / mena li spirti con la sua rapina; / voltando e percotendo li molesta».

Il contrappasso per contrasto, invece, viene esemplificato nell'Antinferno dove gli ignavi, che vissero «sanza 'nfamia e sanza lodo», senza mai schierarsi, senza provare alcuno stimolo nel perorare e nel difendere un qualsiasi ideale, sono costretti a rincorrere un'insegna «che girando correva tanto ratta», mentre mosconi e calabroni li pungono implacabilmente. Come se non bastasse, il Poeta pone sotto i loro piedi nudi innumerevoli vermi schifosi che, strisciando viscidamente, si nutrono del sangue, del sudore e delle lacrime versate dai suddetti peccatori.

Tornando a Dickens, la descrizione che fa di Marley si avvicina alla cruenta rappresentazione con cui il rimatore fiorentino ritrae i suoi dannati, sia fisicamente che allegoricamente, senza tuttavia rinunciare al piglio ironico che lo contraddistingue.

Lo spettro di Marley «emanava un certo bagliore livido, come un gambero andato a male in un ripostiglio scuro»; un fazzoletto gli avvolgeva il mento, correndo ai lati del volto fino ai capelli che, dritti sulla testa, fluttuavano con il resto del corpo, trasparente.

Ciò che tuttavia richiama la pena del peccatore era la pesante catena, stretta alla vita, che Marley trascinava. «Era lunga - scrive Dickens - e gli si avvinghiava intorno come una corda. Scrooge notò che era fatta di scrigni, chiavi, lucchetti, libri mastri, fogliacci e pesanti borse d'acciaio».

La venalità e l'attaccamento ai beni materiali che Marley ebbe in vita si traducono simbolicamente negli anelli e negli oggetti che lo opprimono. Un contrappasso per analogia, dunque: come durante la sua esperienza terrena accumulò denaro senza volersene mai separare, così, nel racconto di Dickens, è costretto a trascinare faticosamente con sé le sue "ricchezze", senza potersene liberare. 

Un supplizio che rivela una certa affinità con quello inflitto da Dante agli avari nel IV Cerchio. Qui, insieme ai prodighi, gli avari sono costretti a spingere con il petto grossi pesi (forse massi o forse, come nell'illustrazione di Gustave Doré, sacchi colmi d'oro), compiendo, lungo il percorso, un semicerchio. Specularmente, i prodighi sono condannati alla stessa pena e, concluso il tragitto semicircolare, scontrano la loro zavorra proprio contro quella degli avari, provenienti dalla direzione contraria. Dopo essersi scambianti vicendevolmente insulti e accuse, i due foltissimi gruppi di peccatori tornano indietro, destinati a incontrarsi nuovamente nella punto opposto. 

Nonostante i dantisti non abbiano unanimemente sostenuto che i pesi spinti dagli avari rappresentino metaforicamente i patrimoni accumulati, non c'è dubbio che ci sia una certa attinenza tra i fardelli sopportati da Marley e quelli urtati dai peccatori infernali, tra la sofferenza dello spettro inglese e quella dei dannati della prima cantica: rappresentazioni che non mirano esclusivamente ad ammonire il Poeta o a redimere l'usuraio Scrooge, ma che intendono esortare l'umanità a una gestione maggiormente responsabile delle proprie risorse.

Due canti, infernale e natalizio, che senza alcun dubbio invitano tanto alla riflessione quanto al miglioramento.

Quindi, anche da parte mia l'augurio a tutti voi di un sereno Natale e di un felicissimo anno nuovo, proprio all'insegna del miglioramento!


venerdì 21 ottobre 2022

La vignetta dell'Economist scatena l'indignazione a scapito della riflessione

La vignetta di Pete Reynolds

Uno dei principali problemi dell'Italia e degli italiani è la scarsa autoironia e la mancanza di autocritica.

Tutto parte da questa vignetta di Pete Reynolds pubblicata sul settimanale inglese The Economist a corredo di un articolo che, paragonando il declino della Gran Bretagna a quello dei Paesi mediterranei, prende di mira anche l'Italia.

Il pezzo s'intitola Welcome to Britaly e la vignetta in copertina raffigura la premier britannica Liz Truss (già dimissionaria dopo 45 giorni di governo), disegnata con alcuni stereotipi dello Stivale: l'elmo romano, lo scudo a forma di pizza e una forchetta al posto della lancia, con tanto di spaghetti. 

Manco a dirlo, l'indignazione (che se si potesse efficacemente rappresentare, avrebbe di certo trovato spazio nell'illustrazione di Reynolds) si è scatenata tra gli utenti italici, portando l'ambasciatore a Londra, Inigo Lambertini, a scrivere una piccata nota ufficiale per criticare la "stereotipizzazione" del Bel Paese.

Nella nota, Lambertini suggerisce ai redattori inglesi di parlare dell'Italia citando le sue eccellenze, dal settore aerospaziale a quello farmaceutico, passando per la biotecnologia e l'automobilismo. «Qualunque sarà la scelta - conclude il diplomatico - punterà un riflettore più accurato sull'Italia, anche tenendo conto della vostra non tanto segreta ammirazione per il nostro modello economico». 

Tralasciando il fatto che, da vignettista satirico, se fossi un artista straniero e il mio obiettivo fosse quello di schernire l'Italia attraverso una sua personificazione goliardica e, per l'appunto, satirica, la rappresenterei esattamente in questo modo, così come rappresenterei la Gran Bretagna con bombetta, tazza di tè e dentoni da cavallo nonostante Dickens, i Pink Floyd e tutte le altre meraviglie britanniche, oppure la Francia con la baguette, il basco, il foulard e i baffetti arricciati, nonostante Notre-Dame, Baudelaire e l'Impressionismo...a parte questo, dicevo, per l'ennesima volta la nostra fumantina indignazione ci ha impedito di riflettere seriamente sulla situazione italiana, evidenziata anche dall'Economist nel paragone con l'attuale condizione del Regno Unito: l'instabilità politica, una crescita  che va a rilento, la scarsa produttività.

Per carità, non siamo gli unici ad aver difetti, e «forse noi italiani - come ricordava Giorgio Gaber in Io non mi sento italiano - per gli altri siamo solo spaghetti e mandolini», finendo per incazzarci e per sbattere fieramente in faccia ai nostri detrattori «cos'è il Rinascimento». Ma d'altra parte, una volta tanto, sarebbe il caso di far tesoro delle critiche altrui per provare a migliorarci. 

Ché se il passato è già stato scritto, dandoci talvolta ragione (teniamoci stretto il Rinascimento!), il futuro è tutto da comporre.

sabato 28 maggio 2022

«Qual è stato il politico più permaloso?» Satira, religione e politica con Sergio Staino

Nonostante la cecità, Sergio Staino (vignettista, giornalista, scrittore, regista e autore satirico) non ha perso la sua verve ironica e la volontà di affrontare la vita con umorismo. Una vita sbocciata quasi 82 anni fa, nella toscana “rossa”, tra il nonno comunista e il papà carabiniere, dove il sogno proletario e lo spirito anticlericale venivano mitigati dalla necessità “sociale” di andare al catechismo, «perché - come consigliava il nonno - intanto impari e quando sarai grande deciderai».

L’incontro di ieri sera, organizzato a Trento dal Circolo UAAR Trento (Unione degli Atei e Agnostici Razionalisti) e dallo Studio d'Arte Andromeda e dedicato al rapporto tra satira e religione, ha avuto il pregio di non focalizzarsi esclusivamente sui due elementi oggetto di dialogo, ma di consentire a un'icona dell’arte satirica italiana di poter ripercorrere la sua esperienza, regalando agli spettatori il racconto di episodi, anche privati, che hanno portato alla sua formazione politica, religiosa e civile.

Tanti gli aneddoti conditi da quel sano sarcasmo che contraddistingue le strisce di Staino, ma anche da quella velata malinconia, a fronte di uno strenuo ottimismo, che accompagna alcune illustrazioni dell’artista senese.


Rimarcando il suo razionalismo e il suo ateismo, ma anche la sua ammirazione per la figura storica di Cristo (divenuto Jesus, un suo personaggio), e individuando nel dubbio la differenza tra le religioni (certe e inamovibili nei loro dogmi) e la satira (caratterizzata dalla volontà di interrogarsi e investigare continuamente), Staino ha sottolineato, pur difendendo la libertà d’espressione, come la sua indole creativa non l’abbia mai spinto a schernire i simboli religiosi, concentrandosi piuttosto sugli uomini, anche di fede, che «se si comportano male, meritano di essere canzonati!»

Satira religiosa, ma ovviamente anche politica! L’elogio a Gramsci, a Togliatti e, in particolar modo, a Berlinguer, alla sua intelligenza e alla sua straordinaria autoironia («io sono l’unico disegnatore al mondo ad aver caricaturizzato Berlinguer, segretario del PCI, sulla prima pagina dell’Unità, organo del PCI»), è affettuoso e commovente. L’attacco a Renzi («un cafone») è duro, ma lucido.

Quindi gli chiedo: «Staino celebra l’autoironia di Berlinguer e dei comunisti, mentre un altro importante vignettista come Giorgio Forattini dichiara che proprio i comunisti, e soprattutto D’Alema, erano i meno autoironici. Al netto della soggettività di ciascun disegnatore satirico, qual è stato, secondo lei, il politico più permaloso?»


La risposta è fulminea: «Due sono i politici più stupidi dal punto di vista della satira, ma anche dal punto di vista della politica: uno è Craxi e l’altro è D’Alema, molto ottusi. Se devo dirti il mio pensiero, credo che D’Alema sia stata la persona che ha danneggiato maggiormente la Sinistra dalla seconda metà del Novecento, così come Renzi è quella che l’ha danneggiata di più nei primi lustri del Duemila. Molto stupidi perché non riuscivano a ridere, soprattutto di sé stessi. Uno come Craxi, che dirigeva un forte partito socialista e che poteva incontrarsi con la Sinistra comunista e costruire qualcosa, non è stato capace di costruire niente. E lo stesso vale per D’Alema. Quando quest’ultimo sporse querela nei confronti di Forattini per la famosa vignetta sul Dossier Mitrokhin, tutti noi vignettisti ci schierammo dalla parte dell’illustratore romano per dissuadere D’Alema, in nome della libertà di satira, ma non ci fu verso di fargli cambiare idea».

Il tempo vola e la serata si conclude con un simpatico aneddoto dedicato alla cafonaggine di Renzi, narrato con il solito piglio umoristico, da "bischero" toscano, cui fa da contraltare un'invidiabile saggezza e uno spiccato senso critico.

Già, umorismo e senso critico sono alla base di qualsiasi invettiva satirica e devono costantemente animare le matite dei vignettisti e le penne dei satirografi per ricordare sempre che il “re è nudo” e che, se una risata non lo seppellirà, almeno ne smaschererà arroganze e corruzioni, ridimensionandone il potere. 

domenica 27 febbraio 2022

Anonymous: cos’è e come agisce il collettivo che ha dichiarato ‘cyber guerra’ a Putin

La Russia ha invaso l’Ucraina e, a distanza di una settimana, non è certo una notizia. La novità un po’ più recente, invece, è la news diramata dalle agenzie nazionali e internazionali: Anonymous dichiara 'cyber guerra' al Cremlino.
Avete presente gli hacker che svolgono la loro attività comparendo, di tanto in tanto, coperti da una maschera di Guy Fawkes che richiama il film V per Vendetta? Ecco, Anonymous sono loro.
Questo travestimento un po’ bizzarro potrebbe far sorridere se solo non rappresentasse uno dei collettivi del cosiddetto hacktivismo più influenti e visibili del pianeta.
Ma chi è Anonymous, in cosa consiste la sua attività e che ruolo potrebbe svolgere il Collettivo nel conflitto tra Russia e Ucraina? 

Per capire un po’ meglio la situazione, ho fatto una chiacchierata con mio fratello Marco Romagna, criminologo, docente e ricercatore presso il Centre of Expertise Cyber Security dell'Università di Scienze Applicate dell'Aia. Indagando gli elementi socio-psicologici e criminologici che spingono una persona a impegnarsi nell'hacktivismo, Marco ha avuto l’opportunità di studiare da vicino gruppi hacktivisti e, tra questi, anche Anonymous. Non ho dunque potuto farmi sfuggire l’occasione di fargli qualche domanda, molto generale, per farmi raccontare cos’è Anonymous e come opera.

Ok la maschera di Guy Fawkes e la rappresentazione spettacolare dell’hacker… Ma, di fatto, Anonymous cos’è?
Anonymous – mi spiega Marco – nasce sostanzialmente, a inizio anni Duemila, da un cosiddetto imageboard: una sorta di web forum in cui chiunque poteva pubblicare, anche in forma anonima (Anonymous User, appunto), informazioni sui temi più vari. Da qui si sviluppò, in seguito, un vero e proprio gruppo internazionale, decentralizzato ed eterogeneo che, tuttavia, ha saputo in certi momenti essere particolarmente organizzato. Il gruppo era ed è formato da attivisti (normalmente privi di conoscenze informatiche significative) e da hacktivisti (cioè hacker che diventano anche attivisti nel momento in cui mettono le loro competenze al servizio di operazioni ideologiche e sociali).”


Quindi anch’io potrei far parte di Anonymous? Con WordPress me la cavo abbastanza bene…
Fondamentalmente sì. Infatti, uno dei suoi capisaldi consiste nell’accogliere all’interno del Collettivo tutti coloro che sostengono i diritti fondamentali, come per esempio la libertà d’espressione, o che ripudiano la guerra e la violenza. Tuttavia, è bene chiarirlo, l’eterogeneità del Collettivo l’ha spinto a sostenere le posizioni più disparate, al punto che è difficile inquadrarlo in una ideologia specifica. Normalmente, sebbene chiunque possa parteciparvi, le azioni concrete e i target vengono spesso individuati dagli hacktivisti, e meno frequentemente dai semplici attivisti che se la cavano con WordPress…
A tal proposito, a partire dal 2008, le azioni di Anonymous hanno interessato diversi obiettivi, come ad esempio Scientology, e diverse situazioni come il sostegno a WikiLeaks o il racconto e supporto alla Primavera araba con lo scopo, in questo caso, di mostrare al mondo cosa stesse accadendo nelle aree coinvolte del Nord Africa e di aiutare le comunicazioni e le azioni dei manifestanti.”

Come agisce, dunque, Anonymous?"
Pur non essendo un vero e proprio movimento gerarchicamente organizzato, in cui ci sono un “capo” o un “consiglio” o una “assemblea” che decidono come procedere, esistono all’interno del Collettivo alcuni sottogruppi (teams) sovente formati da hacktivisti che determinano, in un certo qual senso, l’agenda e i tipi di attacchi informatici da effettuare. Anche focalizzando l’attenzione sull’attuale conflitto tra Russia e Ucraina, ci sono molte persone che sostengono Anonymous ricondividendo i tweet del canale ufficiale o diffondendo le informazioni veicolate dal Collettivo. Le decisioni principali e i recenti attacchi sono, però, spesso attribuibili ai sopraccitati sottogruppi, ristretti ma tra loro coordinati (almeno in situazioni come queste). Tuttavia, essendo il cyberspace uno spazio molto complesso, vige il beneficio del dubbio riguardo agli artefici reali di questi e di altri attacchi informatici. Certi miei colleghi, infatti, non escludono che i responsabili del blocco di alcuni siti russi possano essere altri governi che approfittano e si appropriano dell’anonimato del Collettivo e della volubilità del cyberspace per agire senza incappare in pesanti sanzioni e nelle relative conseguenze.”

E le azioni di Anonymous su cosa si basano?
Sono le più svariate, ma tendenzialmente si basano sul cosiddetto DDoS (Distributed Denial of Service) attack, attraverso il quale attaccano e bloccano il normale funzionamento di un server, di una rete o di un servizio, oppure accedono ai database potendo disporre di informazioni sensibili. Ovviamente, tutti attacchi più o meno efficaci anche a seconda dei livelli di difesa degli obiettivi aggrediti.”


Avevo già sentito parlare di Anonymous, ma non l’avevo mai sentito così apertamente schierato… O sbaglio?
In realtà non è la prima volta che il Collettivo “partecipa” a un conflitto, schierandosi apertamente contro uno Stato. Ricorrono spesso operazioni contro Israele nel conflitto israelo-palestinese, oppure l'anno scorso era stata lanciata Operation Myanmar contro la giunta militare di Burma. Dai dati emerge che quando viene coinvolto anche l’Occidente, come in Operation Israel o in questa Operation Russia, il clamore mediatico che si sviluppa anche intorno ad Anonymous è molto più fragoroso. Tutte operazioni che, chiaramente, non mirano a danneggiare i cittadini, bensì a scoraggiare e a ostacolare le scelte dei governi (anche se capita che i cittadini possano risentirne, indirettamente o direttamente).”

Alla luce di ciò, quale può essere l’effettivo ruolo svolto da Anonymous nella guerra tra Russia e Ucraina?
Non mi aspetto che il Collettivo riesca a destabilizzare i sistemi di comunicazione o militari russi, dato che (teoricamente) la Russia dovrebbe avere un sistema di difesa piuttosto sofisticato, anche a livello informatico. Credo che il maggiore apporto di Anonymous possa essere quello di dare visibilità alle sue operazioni e ovviamente alla situazione ucraina, con la possibilità di influenzare l’informazione e la disinformazione circa quello che sta accadendo nel Paese di Volodymyr Zelensky. Una lotta più sul piano comunicativo che tecnologico, dunque, anche se proprio ieri pare che il Collettivo sia riuscito ad hackerare alcuni canali russi, diffondendo audio in ucraino o mostrando immagini della guerra in corso per sensibilizzare la popolazione russa meno informata. Però è sempre difficile attribuire l’operazione con assoluta certezza.”

Quindi la gestione delle informazioni è fondamentale per le azioni del Collettivo?
Esatto: un’attività quasi “propagandistica” che va dal blocco dei siti internet o dal loro defacciamento (manipolando l’aspetto del sito e pubblicandovi immagini di protesta) fino alla veicolazione di messaggi volti a informare quella parte di popolazione russa totalmente ignara dell’attuale situazione nel Donbass e a creare una coscienza comune di condanna verso la belligerante politica putiniana. A ciò si potrebbe aggiungere la volontà di Anonymous di mettere in contatto gli oppositori russi di Putin, aggirando la pesante censura attuata dal governo russo e di fornire supporto agli ucraini anche qualora l’accesso a Internet diventasse più difficoltoso.”

Concludendo, questa cyber guerra Anonymous la combatte da solo?
No, esistono altri gruppi di hacker e di attivisti che, pur non essendo organizzati come Anonymous, stanno protestando e stanno agendo collegati tra loro da canali che il Collettivo di hacking più famoso e influente del mondo certamente conosce e ai quali esso stesso aderisce. Stasera, per esempio, sembra siano stati hackerati e condivisi i dati di una banca russa da parte di un gruppo georgiano non direttamente affiliato ad Anonymous, ma che partecipa a #OpRussia (Operation Russia).”


venerdì 9 aprile 2021

Baudelaire e "Lo spleen di Parigi": poemetti in prosa tra onirico e reale

Charles Baudelaire, di cui oggi ricorre il 200° anniversario della nascita, non ha certo bisogno di presentazioni. Poeta irrequieto, tediato, angosciato, annebbiato dai fumi dell’alcol e della droga, eppure così lucido nell’interpretare, spesso allegoricamente, la realtà che lo circonda. In un aggettivo (caro al suo collega Paul Verlaine) “maledetto”.

Tutti conoscono Baudelaire per i suoi Fiori del male: il canzoniere dai temi scabrosi, condannato nella Francia dominata dalla borghesia benpensante del Secondo Impero. Ma forse non tutti hanno presente la sua “trasposizione prosastica”: i Poemetti in prosa, per l’appunto, editi anche come Lo spleen di Parigi.

Spleen è una parola inglese, derivante dal latino splen, cioè la milza che, secondo le teorie mediche del mondo classico, era la sede dell’umor nero o bile nera, responsabile della melanconia e identificabile, nell'Ottocento, con il tedio e con l’insoddisfazione esistenziale.

Attraverso i cinquanta testi che compongono l’opera (pubblicata postuma nel 1869), Baudelaire intende affondare il pennino nelle viscere della metropoli che gli diede i natali, producendo - come dichiarato nel prologo rivolto al poeta Arsène Houssaye - “una prosa poetica, musicale, senza ritmo e senza rima, duttile e malleabile abbastanza per adattarsi ai movimenti lirici dell'anima, agli ondeggiamenti della fantasticheria, ai sussulti della coscienza”.

Gustave Caillebotte,
Strada di Parigi in un giorno di pioggia, 1877
In una mescolanza di onirico e reale, sono numerosi e ancora attualissimi i temi che condiscono questa raccolta all'insegna del simbolismo e della denuncia sociale nei confronti di Parigi, dei parigini e, allargando il compasso del suo j'accuse, dell’uomo. 

Nell’Ottocento, la città transalpina è la “capitale del XIX secolo”, epicentro della modernità, brulicante e caotica con i suoi boulevards gremiti dove utilitarismo, produttività e denaro trionfano, relegando la figura del poeta a quella di un esule in patria.

Vizi, ipocrisie, miserie morali e viltà emergono nell’aspra condanna di Baudelaire, “antirousseauiano - come afferma il critico Giovanni Macchia - in quanto poco fiducioso nella bontà della natura e convinto dell'eterna e incorreggibile barbarie dell'uomo”; ma a sprazzi anche solidale, fraterno nel suggerire una via di fuga dallo spleen, dal tedio, come accade nel XXXIII brano intitolato Ubriacatevi!

Terminate le cinquanta prose, l’epilogo, tuttavia, non poteva che essere affidato a una poesia, mediante la quale Baudelaire verseggia tutto il suo disagio e la sua angoscia, ma anche la sua passione e la sua attrazione. Un componimento quest’ultimo che, per dirla con Catullo, sintetizza liricamente l’odi et amo dell’autore parigino per la sua città:

Qui il testo originale della poesia.
A fianco, la traduzione di Ivo Senesi in
Poemetti in Prosa, EFA, Milano, 1945
Col cuore contento sono salito sopra il monte

Dal quale si contempla tutta la mia città,

Ergastolo, ospedale, inferno e lupanare,

Dove ogni enormità fiorisce come un fiore.

Satana, tu lo sai, patrono dell'angoscia,

Che non salivo là per spander vane lacrime;

Ma come un vecchio preso d’una sua vecchia amante,

Volevo inebriarmi della grande sgualdrina

La cui grazia infernale mi sa ringiovanire.

O tu che dorma ancora nei drappi del mattino,

Pesante, oscura, raffreddata, o che ti pavoneggi

Nei veli della sera guarniti d'oro fino,

Io t'amo, o capitale infame! Cortigiane

E banditi sovente v’offrono quei piaceri

Che non sanno comprendere i volgari profani.