sabato 28 maggio 2022

«Qual è stato il politico più permaloso?» Satira, religione e politica con Sergio Staino

Nonostante la cecità, Sergio Staino (vignettista, giornalista, scrittore, regista e autore satirico) non ha perso la sua verve ironica e la volontà di affrontare la vita con umorismo. Una vita sbocciata quasi 82 anni fa, nella toscana “rossa”, tra il nonno comunista e il papà carabiniere, dove il sogno proletario e lo spirito anticlericale venivano mitigati dalla necessità “sociale” di andare al catechismo, «perché - come consigliava il nonno - intanto impari e quando sarai grande deciderai».

L’incontro di ieri sera, organizzato a Trento dal Circolo UAAR Trento (Unione degli Atei e Agnostici Razionalisti) e dallo Studio d'Arte Andromeda e dedicato al rapporto tra satira e religione, ha avuto il pregio di non focalizzarsi esclusivamente sui due elementi oggetto di dialogo, ma di consentire a un'icona dell’arte satirica italiana di poter ripercorrere la sua esperienza, regalando agli spettatori il racconto di episodi, anche privati, che hanno portato alla sua formazione politica, religiosa e civile.

Tanti gli aneddoti conditi da quel sano sarcasmo che contraddistingue le strisce di Staino, ma anche da quella velata malinconia, a fronte di uno strenuo ottimismo, che accompagna alcune illustrazioni dell’artista senese.


Rimarcando il suo razionalismo e il suo ateismo, ma anche la sua ammirazione per la figura storica di Cristo (divenuto Jesus, un suo personaggio), e individuando nel dubbio la differenza tra le religioni (certe e inamovibili nei loro dogmi) e la satira (caratterizzata dalla volontà di interrogarsi e investigare continuamente), Staino ha sottolineato, pur difendendo la libertà d’espressione, come la sua indole creativa non l’abbia mai spinto a schernire i simboli religiosi, concentrandosi piuttosto sugli uomini, anche di fede, che «se si comportano male, meritano di essere canzonati!»

Satira religiosa, ma ovviamente anche politica! L’elogio a Gramsci, a Togliatti e, in particolar modo, a Berlinguer, alla sua intelligenza e alla sua straordinaria autoironia («io sono l’unico disegnatore al mondo ad aver caricaturizzato Berlinguer, segretario del PCI, sulla prima pagina dell’Unità, organo del PCI»), è affettuoso e commovente. L’attacco a Renzi («un cafone») è duro, ma lucido.

Quindi gli chiedo: «Staino celebra l’autoironia di Berlinguer e dei comunisti, mentre un altro importante vignettista come Giorgio Forattini dichiara che proprio i comunisti, e soprattutto D’Alema, erano i meno autoironici. Al netto della soggettività di ciascun disegnatore satirico, qual è stato, secondo lei, il politico più permaloso?»


La risposta è fulminea: «Due sono i politici più stupidi dal punto di vista della satira, ma anche dal punto di vista della politica: uno è Craxi e l’altro è D’Alema, molto ottusi. Se devo dirti il mio pensiero, credo che D’Alema sia stata la persona che ha danneggiato maggiormente la Sinistra dalla seconda metà del Novecento, così come Renzi è quella che l’ha danneggiata di più nei primi lustri del Duemila. Molto stupidi perché non riuscivano a ridere, soprattutto di sé stessi. Uno come Craxi, che dirigeva un forte partito socialista e che poteva incontrarsi con la Sinistra comunista e costruire qualcosa, non è stato capace di costruire niente. E lo stesso vale per D’Alema. Quando quest’ultimo sporse querela nei confronti di Forattini per la famosa vignetta sul Dossier Mitrokhin, tutti noi vignettisti ci schierammo dalla parte dell’illustratore romano per dissuadere D’Alema, in nome della libertà di satira, ma non ci fu verso di fargli cambiare idea».

Il tempo vola e la serata si conclude con un simpatico aneddoto dedicato alla cafonaggine di Renzi, narrato con il solito piglio umoristico, da "bischero" toscano, cui fa da contraltare un'invidiabile saggezza e uno spiccato senso critico.

Già, umorismo e senso critico sono alla base di qualsiasi invettiva satirica e devono costantemente animare le matite dei vignettisti e le penne dei satirografi per ricordare sempre che il “re è nudo” e che, se una risata non lo seppellirà, almeno ne smaschererà arroganze e corruzioni, ridimensionandone il potere. 

domenica 27 febbraio 2022

Anonymous: cos’è e come agisce il collettivo che ha dichiarato ‘cyber guerra’ a Putin

La Russia ha invaso l’Ucraina e, a distanza di una settimana, non è certo una notizia. La novità un po’ più recente, invece, è la news diramata dalle agenzie nazionali e internazionali: Anonymous dichiara 'cyber guerra' al Cremlino.
Avete presente gli hacker che svolgono la loro attività comparendo, di tanto in tanto, coperti da una maschera di Guy Fawkes che richiama il film V per Vendetta? Ecco, Anonymous sono loro.
Questo travestimento un po’ bizzarro potrebbe far sorridere se solo non rappresentasse uno dei collettivi del cosiddetto hacktivismo più influenti e visibili del pianeta.
Ma chi è Anonymous, in cosa consiste la sua attività e che ruolo potrebbe svolgere il Collettivo nel conflitto tra Russia e Ucraina? 

Per capire un po’ meglio la situazione, ho fatto una chiacchierata con mio fratello Marco Romagna, criminologo, docente e ricercatore presso il Centre of Expertise Cyber Security dell'Università di Scienze Applicate dell'Aia. Indagando gli elementi socio-psicologici e criminologici che spingono una persona a impegnarsi nell'hacktivismo, Marco ha avuto l’opportunità di studiare da vicino gruppi hacktivisti e, tra questi, anche Anonymous. Non ho dunque potuto farmi sfuggire l’occasione di fargli qualche domanda, molto generale, per farmi raccontare cos’è Anonymous e come opera.

Ok la maschera di Guy Fawkes e la rappresentazione spettacolare dell’hacker… Ma, di fatto, Anonymous cos’è?
Anonymous – mi spiega Marco – nasce sostanzialmente, a inizio anni Duemila, da un cosiddetto imageboard: una sorta di web forum in cui chiunque poteva pubblicare, anche in forma anonima (Anonymous User, appunto), informazioni sui temi più vari. Da qui si sviluppò, in seguito, un vero e proprio gruppo internazionale, decentralizzato ed eterogeneo che, tuttavia, ha saputo in certi momenti essere particolarmente organizzato. Il gruppo era ed è formato da attivisti (normalmente privi di conoscenze informatiche significative) e da hacktivisti (cioè hacker che diventano anche attivisti nel momento in cui mettono le loro competenze al servizio di operazioni ideologiche e sociali).”


Quindi anch’io potrei far parte di Anonymous? Con WordPress me la cavo abbastanza bene…
Fondamentalmente sì. Infatti, uno dei suoi capisaldi consiste nell’accogliere all’interno del Collettivo tutti coloro che sostengono i diritti fondamentali, come per esempio la libertà d’espressione, o che ripudiano la guerra e la violenza. Tuttavia, è bene chiarirlo, l’eterogeneità del Collettivo l’ha spinto a sostenere le posizioni più disparate, al punto che è difficile inquadrarlo in una ideologia specifica. Normalmente, sebbene chiunque possa parteciparvi, le azioni concrete e i target vengono spesso individuati dagli hacktivisti, e meno frequentemente dai semplici attivisti che se la cavano con WordPress…
A tal proposito, a partire dal 2008, le azioni di Anonymous hanno interessato diversi obiettivi, come ad esempio Scientology, e diverse situazioni come il sostegno a WikiLeaks o il racconto e supporto alla Primavera araba con lo scopo, in questo caso, di mostrare al mondo cosa stesse accadendo nelle aree coinvolte del Nord Africa e di aiutare le comunicazioni e le azioni dei manifestanti.”

Come agisce, dunque, Anonymous?"
Pur non essendo un vero e proprio movimento gerarchicamente organizzato, in cui ci sono un “capo” o un “consiglio” o una “assemblea” che decidono come procedere, esistono all’interno del Collettivo alcuni sottogruppi (teams) sovente formati da hacktivisti che determinano, in un certo qual senso, l’agenda e i tipi di attacchi informatici da effettuare. Anche focalizzando l’attenzione sull’attuale conflitto tra Russia e Ucraina, ci sono molte persone che sostengono Anonymous ricondividendo i tweet del canale ufficiale o diffondendo le informazioni veicolate dal Collettivo. Le decisioni principali e i recenti attacchi sono, però, spesso attribuibili ai sopraccitati sottogruppi, ristretti ma tra loro coordinati (almeno in situazioni come queste). Tuttavia, essendo il cyberspace uno spazio molto complesso, vige il beneficio del dubbio riguardo agli artefici reali di questi e di altri attacchi informatici. Certi miei colleghi, infatti, non escludono che i responsabili del blocco di alcuni siti russi possano essere altri governi che approfittano e si appropriano dell’anonimato del Collettivo e della volubilità del cyberspace per agire senza incappare in pesanti sanzioni e nelle relative conseguenze.”

E le azioni di Anonymous su cosa si basano?
Sono le più svariate, ma tendenzialmente si basano sul cosiddetto DDoS (Distributed Denial of Service) attack, attraverso il quale attaccano e bloccano il normale funzionamento di un server, di una rete o di un servizio, oppure accedono ai database potendo disporre di informazioni sensibili. Ovviamente, tutti attacchi più o meno efficaci anche a seconda dei livelli di difesa degli obiettivi aggrediti.”


Avevo già sentito parlare di Anonymous, ma non l’avevo mai sentito così apertamente schierato… O sbaglio?
In realtà non è la prima volta che il Collettivo “partecipa” a un conflitto, schierandosi apertamente contro uno Stato. Ricorrono spesso operazioni contro Israele nel conflitto israelo-palestinese, oppure l'anno scorso era stata lanciata Operation Myanmar contro la giunta militare di Burma. Dai dati emerge che quando viene coinvolto anche l’Occidente, come in Operation Israel o in questa Operation Russia, il clamore mediatico che si sviluppa anche intorno ad Anonymous è molto più fragoroso. Tutte operazioni che, chiaramente, non mirano a danneggiare i cittadini, bensì a scoraggiare e a ostacolare le scelte dei governi (anche se capita che i cittadini possano risentirne, indirettamente o direttamente).”

Alla luce di ciò, quale può essere l’effettivo ruolo svolto da Anonymous nella guerra tra Russia e Ucraina?
Non mi aspetto che il Collettivo riesca a destabilizzare i sistemi di comunicazione o militari russi, dato che (teoricamente) la Russia dovrebbe avere un sistema di difesa piuttosto sofisticato, anche a livello informatico. Credo che il maggiore apporto di Anonymous possa essere quello di dare visibilità alle sue operazioni e ovviamente alla situazione ucraina, con la possibilità di influenzare l’informazione e la disinformazione circa quello che sta accadendo nel Paese di Volodymyr Zelensky. Una lotta più sul piano comunicativo che tecnologico, dunque, anche se proprio ieri pare che il Collettivo sia riuscito ad hackerare alcuni canali russi, diffondendo audio in ucraino o mostrando immagini della guerra in corso per sensibilizzare la popolazione russa meno informata. Però è sempre difficile attribuire l’operazione con assoluta certezza.”

Quindi la gestione delle informazioni è fondamentale per le azioni del Collettivo?
Esatto: un’attività quasi “propagandistica” che va dal blocco dei siti internet o dal loro defacciamento (manipolando l’aspetto del sito e pubblicandovi immagini di protesta) fino alla veicolazione di messaggi volti a informare quella parte di popolazione russa totalmente ignara dell’attuale situazione nel Donbass e a creare una coscienza comune di condanna verso la belligerante politica putiniana. A ciò si potrebbe aggiungere la volontà di Anonymous di mettere in contatto gli oppositori russi di Putin, aggirando la pesante censura attuata dal governo russo e di fornire supporto agli ucraini anche qualora l’accesso a Internet diventasse più difficoltoso.”

Concludendo, questa cyber guerra Anonymous la combatte da solo?
No, esistono altri gruppi di hacker e di attivisti che, pur non essendo organizzati come Anonymous, stanno protestando e stanno agendo collegati tra loro da canali che il Collettivo di hacking più famoso e influente del mondo certamente conosce e ai quali esso stesso aderisce. Stasera, per esempio, sembra siano stati hackerati e condivisi i dati di una banca russa da parte di un gruppo georgiano non direttamente affiliato ad Anonymous, ma che partecipa a #OpRussia (Operation Russia).”


venerdì 9 aprile 2021

Baudelaire e "Lo spleen di Parigi": poemetti in prosa tra onirico e reale

Charles Baudelaire, di cui oggi ricorre il 200° anniversario della nascita, non ha certo bisogno di presentazioni. Poeta irrequieto, tediato, angosciato, annebbiato dai fumi dell’alcol e della droga, eppure così lucido nell’interpretare, spesso allegoricamente, la realtà che lo circonda. In un aggettivo (caro al suo collega Paul Verlaine) “maledetto”.

Tutti conoscono Baudelaire per i suoi Fiori del male: il canzoniere dai temi scabrosi, condannato nella Francia dominata dalla borghesia benpensante del Secondo Impero. Ma forse non tutti hanno presente la sua “trasposizione prosastica”: i Poemetti in prosa, per l’appunto, editi anche come Lo spleen di Parigi.

Spleen è una parola inglese, derivante dal latino splen, cioè la milza che, secondo le teorie mediche del mondo classico, era la sede dell’umor nero o bile nera, responsabile della melanconia e identificabile, nell'Ottocento, con il tedio e con l’insoddisfazione esistenziale.

Attraverso i cinquanta testi che compongono l’opera (pubblicata postuma nel 1869), Baudelaire intende affondare il pennino nelle viscere della metropoli che gli diede i natali, producendo - come dichiarato nel prologo rivolto al poeta Arsène Houssaye - “una prosa poetica, musicale, senza ritmo e senza rima, duttile e malleabile abbastanza per adattarsi ai movimenti lirici dell'anima, agli ondeggiamenti della fantasticheria, ai sussulti della coscienza”.

Gustave Caillebotte,
Strada di Parigi in un giorno di pioggia, 1877
In una mescolanza di onirico e reale, sono numerosi e ancora attualissimi i temi che condiscono questa raccolta all'insegna del simbolismo e della denuncia sociale nei confronti di Parigi, dei parigini e, allargando il compasso del suo j'accuse, dell’uomo. 

Nell’Ottocento, la città transalpina è la “capitale del XIX secolo”, epicentro della modernità, brulicante e caotica con i suoi boulevards gremiti dove utilitarismo, produttività e denaro trionfano, relegando la figura del poeta a quella di un esule in patria.

Vizi, ipocrisie, miserie morali e viltà emergono nell’aspra condanna di Baudelaire, “antirousseauiano - come afferma il critico Giovanni Macchia - in quanto poco fiducioso nella bontà della natura e convinto dell'eterna e incorreggibile barbarie dell'uomo”; ma a sprazzi anche solidale, fraterno nel suggerire una via di fuga dallo spleen, dal tedio, come accade nel XXXIII brano intitolato Ubriacatevi!

Terminate le cinquanta prose, l’epilogo, tuttavia, non poteva che essere affidato a una poesia, mediante la quale Baudelaire verseggia tutto il suo disagio e la sua angoscia, ma anche la sua passione e la sua attrazione. Un componimento quest’ultimo che, per dirla con Catullo, sintetizza liricamente l’odi et amo dell’autore parigino per la sua città:

Qui il testo originale della poesia.
A fianco, la traduzione di Ivo Senesi in
Poemetti in Prosa, EFA, Milano, 1945
Col cuore contento sono salito sopra il monte

Dal quale si contempla tutta la mia città,

Ergastolo, ospedale, inferno e lupanare,

Dove ogni enormità fiorisce come un fiore.

Satana, tu lo sai, patrono dell'angoscia,

Che non salivo là per spander vane lacrime;

Ma come un vecchio preso d’una sua vecchia amante,

Volevo inebriarmi della grande sgualdrina

La cui grazia infernale mi sa ringiovanire.

O tu che dorma ancora nei drappi del mattino,

Pesante, oscura, raffreddata, o che ti pavoneggi

Nei veli della sera guarniti d'oro fino,

Io t'amo, o capitale infame! Cortigiane

E banditi sovente v’offrono quei piaceri

Che non sanno comprendere i volgari profani. 

 

giovedì 25 marzo 2021

Il vicentino che riscoprì il De vulgari eloquentia

Il 25 marzo è il Dantedì, la data che i dantisti riconoscono come l'inizio del viaggio compiuto dal sommo poeta nell'aldilà, descritto nella Divina Commedia.

Attorno alla figura di Dante e ai suoi testi hanno gravitato e gravitano tutt’oggi numerosi autori e intellettuali che, fin dal XIV secolo, hanno fatto sentire la propria voce, confrontandosi non solo sulla Commedia ma anche su molti altri scritti del rimatore e prosatore fiorentino.

Proprio nel giorno in cui si celebra l’Alighieri e più generalmente la sua opera omnia, voglio brevemente ricordare, dando libero sfogo al mio “campanilismo provinciale”, un vicentino illustre che ebbe uno strettissimo rapporto con una delle principali fatiche letterarie dantesche.

Gian Giorgio Trissino
Mi riferisco al letterato berico Gian Giorgio Trissino, nato a Vicenza nel 1478 e considerato il più importante esponente della corrente italianista nell’ambito della “questione della lingua”: disputa sul modello linguistico da adottare nella Penisola.

Ricollegandosi alla teoria cortigiana, per la promozione di una lingua mista, ‘italiana’ e comprensibile anche fuori di Firenze, la corrente italianista si oppone a quella tosco-fiorentina trecentesca (per una lingua che ricalchi puramente il volgare di Dante, Petrarca e Boccaccio, di duecento anni precedente) e a quella cinquecentesca (per una lingua che sposi, in tutto e per tutto, il fiorentino dell'epoca). 

Nel 1529, infatti, Trissino traduce il De vulgari eloquentia (di cui aveva ritrovato un manoscritto intorno al 1513): trattato incompiuto, redatto da Dante in latino tra il 1302 e il 1305, in cui vengono illustrate quali sono e quali dovrebbero essere le qualità della lingua volgare, decretata superiore rispetto a quella latina.

In quest’opera, Dante delinea un percorso di storia della letteratura che, partendo dall’origine delle lingue (addirittura dall’episodio biblico della Torre di Babele!), arriva ai provenzali, ai poeti siciliani, a quelli siculo-toscani, agli stilnovisti e infine a se stesso. La letteratura romanza inizia, quindi, con i verseggiatori in lingua d’oc per poi concludersi proprio con i suoi testi poetici… Diciamo che umiltà e modestia non erano le principali caratteristiche dell’Alighieri!

È corretto sottolineare che il sommo poeta (“sommo trattatista”, in questo caso) non nomina mai il De vulgari eloquentia in altre sue opere, nessuno glielo attribuisce e per un paio di secoli sparisce dalla circolazione, fino a essere recuperato da Trissino che, per l'appunto, lo traduce in volgare. Ciò peraltro accade in un periodo storico particolarmente acceso per quanto riguarda la diatriba linguistica, infiammata dalle diverse tesi relative a quale fosse la lingua da utilizzare e celante problematiche molto più scottanti e profonde, di stampo socio-politico e culturale.

Ogni volta che affiora, in un modo o nell’altro, la questione della lingua (ndr. quella cinquecentesca non fu, infatti, l'unica “questione della lingua” scatenatasi in Italia), significa che si sta imponendo una serie di altri problemi: la formazione e l’allargamento della classe dirigente, la necessità di stabilire rapporti più intimi e sicuri tra i gruppi dirigenti e la massa popolare-nazionale, cioè di riorganizzare l’egemonia culturale”, scriverà quattro secoli dopo Antonio Gramsci nei suoi Quaderni del carcere (1^ ed. 1948).

Tornando al XVI secolo, immaginatevi dunque diverse fazioni che (dialetticamente) si scannano per il primato della lingua; finché, alle Prose della volgar lingua redatte dal filo-trecentista Pietro Bembo, risponde, sfilando l'asso dalla manica, il vicentino Gian Giorgio Trissino, che mette sul tavolo un’opera del padre della lingua italiana su cui modella la sua tesi italianista!

Ovviamente, nell’ambiente culturale del tempo, non mancarono i dubbi riguardanti la paternità dantesca del De vulgari eloquentia, dato che Trissino non fornì mai la copia in latino che tradusse in volgare. Tuttavia, alcune prove piuttosto inconfutabili darebbero ragione all’umanista berico, con buona pace di diversi suoi detrattori. Tra questi spicca Niccolò Machiavelli, difensore di quel volgare fiorentino cinquecentesco che considerava superiore sia al fiorentino trecentesco (promosso da Sannazaro e dal sopraccitato Bembo) sia alla lingua italianista, mista e cortigiana (caldeggiata da Trissino e da altri letterati come Equicola, Castiglione e Calmeta).

Concludendo, nell’interpretazione di Trissino non mancano alcuni fraintendimenti circa il messaggio e i concetti espressi da Dante; è però innegabile il ruolo determinante che questo studioso svolse nella riscoperta di un’opera straordinariamente interessante per capire non solo lo sviluppo della poetica dantesca, in relazione ad altre opere del sommo poeta (dal Convivio alla Commedia stessa), ma anche dell’intera lingua italiana.


domenica 21 febbraio 2021

Quando nacque la lingua italiana?


Il 21 febbraio ricorre la Giornata Mondiale della Lingua Madre, istituita dall’UNESCO nel 1999 con l’obiettivo di difendere e preservare le diversità linguistiche.

Oggi si celebra dunque anche la lingua italiana, meraviglioso idioma (ma io sono di parte!) del ceppo romanzo, utilizzato per la realizzazione di alcuni dei principali capolavori della letteratura internazionale. Lingua amata e studiata in tutto il mondo, ma anche criticata e snobbata, involontaria protagonista della diatriba legata al primato delle lingue in Europa che infiammò la seconda metà del Seicento e che portò il gesuita e grammatico francese Dominique Bouhours ad "accusare" gli italiani di eccessiva tendenza alla sdolcinatezza poetica e di troppa libertà sintattica.

Ma lasciando perdere le osservazioni di padre Bouhours (cui peraltro controbatterono alcuni intellettuali italiani come Gian Gioseffo Orsi, Ludovico Antonio Muratori e Anton Maria Salvini), dove e quando nacque la lingua italiana?

Premesso che l'italiano rappresenta lo sviluppo, come tutte le lingue romanze o neolatine, del latino (e più specificamente del latino "volgare", quindi non del latino "classico" impiegato dai grandi della letteratura romana, bensì del latino parlato dall'oste, dal macellaio, dal carrettiere eccetera...) e premesso che potremmo affermare che l'italiano è il latino che oggi viene scritto e parlato in Italia, la nostra lingua (secondo gli studi più recenti e accreditati) nacque convenzionalmente nel 960 d.C. con il cosiddetto Placito Capuano.

Il Placito Capuano del 960 d.C.

Per placito si intende quel documento che, nel Medioevo, conservava il testo di un atto giudiziario: dalla narrazione del caso, alle deposizioni delle parti in causa e dei testimoni, per giungere infine alla sentenza del giudice.

Nonostante fosse stato redatto nel X secolo, il Placito Capuano venne scoperto solo nel XVIII secolo, ed ebbe risonanza ancor più tardi, nel XX secolo. In esso c'è la piena coscienza da parte dell'autore riguardo alla separazione tra il latino notarile (usato per stendere gli atti ufficiali) e il volgare parlato (impiegato per annotare le dichiarazioni di attori, convenuti e testimoni). Il Placito Capuano è quindi un verbale notarile, scritto su un foglio di pergamena, relativo a una causa discussa di fronte al giudice capuano Arechisi (da qui la connotazione topografica) che risolse la diatriba tra Aligerno, abate del monastero di Montecassino, e un tal Rodelgrimo di Aquino. 

Rodelgrimo rivendicava, in lite giudiziaria, il possesso di certe terre, a suo dire abusivamente occupate del monastero di Montecassino. L’abate Aligerno, per contro, invocava il diritto che oggi definiamo di usucapione, per il quale i coloni dell'ecclesiastico avevano coltivato per trent'anni le suddette terre senza alcuna interferenza da parte dell'effettivo proprietario.

Nel giorno dell'udienza, tre testimoni (tre frati del monastero: Mari, Teodemondo e Gariperto) recitarono la formula testimoniale con la quale davano (ovviamente) ragione all'abate, favorendone la vittoria sulla controparte.

La testimonianza di Gariperto

In particolare, si fa rifermento alla testimonianza di Gariperto, chierico e notaio, il quale tenens in manum memoratam abbreviaturam et tetigit eam cum alia manu, et textificando dixit (tenendo in mano la summenzionata memoria la toccò con l’altra mano, e rendendo testimonianza disse): «(1) Sao ke kelle terre (2) per kelle fini que ki contene (3) trenta anni le possette (4) parte Sancti Benedicti» («So che quelle terre, all’interno di quei confini che qui si contengono, le possedette per trent’anni il monastero di San Benedetto»).

Tutto il virgolettato che precede "Sancti Benedicti" è in lingua volgare campana, parlata nel X secolo nei pressi di Montecassino (oggi in provincia di Frosinone).

D'ordine del giudice, fu redatto un verbale da parte del notaio Atenolfo che incluse vere e proprie formule testimoniali volgari affiancate da tre frasi in latino (più comuni e tipiche degli atti giudiziari).

Immaginatevi il povero Atenolfo, abile scriba e profondo conoscitore del latino, istruito grazie alle letture dei vari Terenzio, Cicerone, Virgilio, Orazio, catapultato in un vero e proprio ginepraio linguistico, costretto a trascrivere una lingua di cui non conosceva le regole fonetiche e fonologiche, e quindi a improvvisare e a inventare parole che sonoramente gli parevano avvicinarsi maggiormente ai termini latini conosciuti: una "tortura" che emerge dalle esplicite incongruenze testuali, come il ke e il que scritti in modo differente pur rappresentando entrambi l'attuale che.

L'encomiabile sforzo di Atenolfo potrebbe essere paragonato all'odierna trascrizione di parlate dialettali: magari oggi potremmo essere in grado di annotare correttamente alcune parole in vernacolo, ma è molto probabile che non saremmo capaci di riportare perfettamente tutti i lemmi pronunciati da un dialettofono.

Essendo formule prestabilite, le testimonianze del Placito non sono in tutto e per tutto un frammento naturale di lingua parlata, ma sono già assoggettate a una certa formalizzazione. La formula del Placito non è isolata, collocandosi infatti nella serie di quelli che si è soliti definire i Placiti Campani o Cassinesi.

Il Placito Capuano è dunque il primo testo in volgare italiano, in quanto è presente l’intenzionalità dello scrivente (ben conscio di aver cambiato codice linguistico, dal latino al volgare campano) e la casualità della conservazione del documento, "sopravvissuto" alle intemperie della storia: elementi che identificano tale reperto come la più antica testimonianza di volgare italiano “consapevole”, nonché come l'atto di nascita della nostra affascinante lingua.


martedì 29 dicembre 2020

Ignoranza: ecco lo schema per contrastare il "figlio degli uomini"

Ignorance and Want
Ignorance and Want, John Leech, 1843
Natale è passato da poco e, come ogni anno, TV e internet pullulano di trasposizioni cinematografiche e virtuali del celeberrimo e amatissimo Canto di Natale di Charles Dickens, con l'avvento dei tre spiriti (quattro considerando l'ex socio Jacob Marley) e con la redenzione del vecchio peccatore Ebenezer Scrooge.

Nella narrazione dell'opera, una parte del racconto che viene spesso tralasciata è il momento in cui, poco prima di sparire, il fantasma del Natale presente mostra a Scrooge i "figli degli uomini" - così li definisce lo spettro - che vengono descritti dall'autore come "due bambini striminziti, spaventosi, ributtanti, miserabili".
Il maschio è la personificazione dell'Ignoranza, mentre la femmina rappresenta la Miseria.

Ed è curioso come lo spirito, sottolineando la nocività di entrambi, ammonisca Scrooge sulla pericolosità del bambino, cioè dell'Ignoranza: "Guardati da tutti e due, Scrooge, e da tutta la loro stirpe, ma soprattutto guardati dal bambino, perché sulla sua fronte io vedo scritto «Dannazione»".

Lo sviluppo della tecnologia e l'avvento dei social ci hanno dato la possibilità di informarci ed essere maggiormente informati (almeno dal punto di vista "quantitativo") e di poter esercitare (a volte sguaiatamente) il diritto di manifestare liberamente il nostro pensiero, a prescindere da tutto e da tutti, sottovalutando o trascurando l'attendibilità delle fonti pur di veicolare, al maggior numero possibile di persone, il nostro (più o meno utile) messaggio.

Dunque, per concludere in bellezza un anno che ha visto (tra le varie sciagure) l'ennesimo trionfo dell'impulsività e della frustrazione sui social, concretizzatesi in commenti basati sull'approssimazione, sull'infondatezza e sulle fake news (non ultime quelle riguardanti la dannosità dei vaccini... Alé!), ecco uno schema funzionale by Lou Cilio - Satira a matita per provare a invertire la rotta e per promuovere la proficua partecipazione ai vari dibatti online (ma valido anche per quelli reali).

Un grafico semplice e intuitivo per guardarsi da quel sempre più temibile bambino dickensiano, auspicando che, nel frattempo, non si sia già fatto uomo, magari (chissà) alla guida di qualche partito politico.

sabato 13 giugno 2020

Vicenza e quella clausola antifascista


L’antifascismo in una democrazia è come l’olio nell’insalata: ci sta sempre bene, la arricchisce e le dà sapore!

Dopo questa doverosa similitudine gastronomica, veniamo ai fatti: in queste ore sta facendo molto scalpore l’approvazione, da parte della giunta vicentina di Centrodestra, del nuovo regolamento COSAP (Canone per l'Occupazione di Spazi e Aree Pubbliche).
Tale regolamento disciplina la concessione di occupazione del suolo pubblico, da parte del Comune, al soggetto che utilizza in modo esclusivo uno spazio o un’area pubblica. Tra le forme di occupazione c’è, per esempio, l’installazione di gazebo per la propaganda politica.

Prima del suddetto aggiornamento, la lettera d dell’art. 5 del documento affermava che, per poter ottenere la concessione, i richiedenti avrebbero dovuto sottoscrivere la seguente dichiarazione: «Dichiaro di riconoscermi nei principi fondamentali della Costituzione Italiana e dello Statuto comunale e ripudio il fascismo, la cui riorganizzazione è vietata sotto qualsiasi forma dall’ordinamento giuridico».

In seguito all’aggiornamento, i mass media hanno dato la notizia affermando unanimemente che era stata tolta dal regolamento la “clausola antifascista”! News confermata da un trionfante assessore berico e dalla furia dell’opposizione di Centrosinistra.
Vi confesso che, alla lettura del pezzo e alla esultanza del Centrodestra per questa modifica, mi sono indignato anch’io: «Vicenza, Medaglia d’oro al valor militare per la Resistenza, infangata da questa discutibile scelta operata, guarda caso, da una giunta di Centrodestra… È una vergogna!».

Tuttavia, leggendo il nuovo testo della disposizione, si nota che quel ripudio del fascismo si è trasformato in un ripudio di «ogni forma di totalitarismo» e di condanna verso «l’uso della violenza a fini politici».

Ovviamente l’obiettivo della giunta destrorsa non era tanto quello di allargare il raggio d’azione della norma, quanto piuttosto quello di togliere la parola “antifascismo” dal testo.
Ma le è andata male, poiché inserendo la nuova frase anche il concetto di antifascismo, pur scomparendo dal periodo, ne è uscito rafforzato. Ora è bandita – come dovrebbe essere ovvio – l’adesione e la promozione di qualsiasi forma di dittatura, a prescindere dal colore politico; e la lotta al fascismo rimane ugualmente tutelata.

Mi stupiscono, dunque, sia l’imbarazzante esultanza dell’assessore di Centrodestra (come se “antifascismo” fosse una parola impronunciabile, una bestemmia, un arcaismo da estirpare) sia – ripeto: letto il testo della disposizione – l’indignazione delle forze di opposizione.

Ma in fondo non c’è poi così tanto da stupirsi e la risposta è più facile di quanto sembri.
Da un lato, il cancro fascista nella Destra più o mena estrema non è mai stato realmente debellato, con continui ammiccamenti ai nostalgici del Ventennio anche da parte dell’ala più moderata, timorosa di perdere elettori e consensi. A ciò si unisce l’insensata equazione antifascista = comunista, un errore che dimentica e offende tutti i liberali, i socialisti, i democristiani, i cattolici, i monarchici antifascisti che hanno partecipato alla Resistenza e che hanno contribuito a sconfiggere le forze naziste e repubblichine.

Dall’altro lato, la scarsa lucidità nel riconoscere che quando ai comunisti nel mondo è stata data l’opportunità di governare, i risultati sono stati disastrosi, con derive spesso autoritarie.

E proprio sul punto, però, torna il fraintendimento che sovente viene utilizzato – tendenzialmente da esponenti della Destra – come principale argomentazione nell’errato dibattito tra le due ideologie: «Comunismo e nazifascismo sono le due facce della stessa medaglia».

No.

Per ascoltare l'intervento completo di Alessandro Barbero,
 clicca qui: https://www.youtube.com/watch?v=QJtwNtcgMBI&t=16s
Per riprendere brevemente un’analisi del professor Alessandro Barbero, storico e docente presso l’Università del Piemonte Orientale, fascismo e nazismo nascono, nella prima metà del XX secolo, come poteri connotati da un forte dispotismo. Infatti, nelle ideologie fascista e nazista il pensiero unico, il partito unico, la rigida gerarchia, la soppressione delle opposizioni, la persecuzione degli avversari politici, il totale accentramento del potere nelle mani di un unico leader, che si sostituisce al Popolo, fanno parte ab origine dello schema fondante le suddette dottrine. 

E il comunismo? Esso è nato nella prima metà del XIX secolo con quel Manifesto che, esordendo con la celebre frase «Uno spettro si aggira per l'Europa», rende i ricchi proprietari consapevoli del fatto che, come afferma il professor Barbero, «i loro operai non si accontentano più di lavorare e di essere sfruttati, ma si stanno organizzando e vogliono cambiare il mondo». Un mondo con maggiori diritti e maggiore eguaglianza, volto a imporre a coloro che avevano più risorse di aiutare, anche forzatamente, coloro che ne avevano meno, per favorire una sorta di bilanciamento socioeconomico.
Un mondo che, quando il comunismo ne ha avuto l’opportunità, non è stato però cambiato; un mondo che anzi ha assistito all’estremizzazione della dottrina promossa da Marx ed Engels con la conseguente creazione di tirannie sanguinarie e omicide.

Ma il comunismo è questo? «Ditelo a chi lottava – prosegue Barbero – per organizzare gli operai e farli scioperare nell’Italia appena unita di Vittorio Emanuele II, che il comunismo sono i campi di concentramento… Ditelo a quelli che si sono fatti ammazzare in tanti Paesi, lottando contro il colonialismo, per esempio. Essere comunista, per la stragrande maggioranza della gente che per centocinquantanni è stata comunista, ha voluto dire: “Noi sogniamo un mondo migliore e cioè non un mondo dove marciamo tutti inquadrati e invadiamo l’Etiopia o la Polonia, beninteso”.».

Tali considerazioni segnano una netta linea di demarcazione tra comunismo da una parte e nazismo e fascismo dall’altra, portando Barbero a concludere che la differenza è evidente e «se uno ignora questa differenza, appunto, ignora la verità».

Alla luce di tale riflessione, trovo corretto allargare il raggio d’azione non solo vietando la promozione di idee fasciste e naziste, ma anche di tutte quelle storpiature che favoriscono l’instaurazione di regimi totalitari, a prescindere dal colore politico.

Un raggio d’azione che (abbandonando gli analfabeti funzionali alla loro incapacità di comprendere un testo) è ben identificato da quel ripudio di ogni forma di totalitarismo e da quel rispetto dei principi e dei valori fondamentali della Costituzione Italiana che la norma del nuovo regolamento COSAP chiaramente esprime.

L’antifascismo di Vicenza, virtù della città veneta, non è in pericolo. Lo stalinismo – che non è il comunismo – sì.
Con buona pace di entrambe le fazioni.