domenica 24 marzo 2024

"Una Risata ci Salverà": riflessioni sulla satira religiosa, da Sergio Staino a Moni Ovadia

«Politica, sesso, religione e morte sono i quattro capisaldi, i quattro macro-tabù per eccellenza». 

Voglio partire da questa frase dell’attore Giorgio Montanini, tra i comici più graffianti del panorama satirico italiano. I quattro argomenti citati da Montanini sono anche i quattro principali temi a cui, storicamente, la satira dedica la sua attenzione. Personalmente aggiungerei un quinto elemento, lo “scontro maschio vs femmina”, con una netta prevalenza delle invettive nei confronti delle donne (si vedano la satira VI di Giovenale o la satira di Francesco Buoninsegni, per citarne un paio), ma facciamo pure rientrare il tema nel macro-tabù del Sesso.

Il regista Michelangelo Gregori
Pur essendo tutte materie che sarebbe interessante indagare con lo sguardo tagliente della satira, Michelangelo Gregori (attore, drammaturgo, sceneggiatore e regista) ha deciso di focalizzare la propria attenzione sull’aspetto religioso che occupa una posizione decisamente importante nei testi di molti satirografi e nelle produzioni artistiche di tanti vignettisti e fumettisti satirici.
In che modo? Esplorando l’intersezione tra umorismo, satira e religione e analizzando come si influenzano reciprocamente. 

Una Risata ci Salverà è il docufilm attraverso il quale Gregori ha intervistato attori, registi, illustratori e studiosi al fine di raccogliere interessanti riflessioni e stimolanti punti di vista sulla satira religiosa e sull’annosa questione: «Si può ridere di tutto? Anche delle religioni e di ciò che orbita attorno a esse?»

Durante la redazione della mia tesi di laurea, incentrata sul “diritto di satira”, giunto alla stesura del paragrafo sulla satira religiosa, mi affidai alle considerazioni del giurista e magistrato Vincenzo Pezzella che, nel suo libro La diffamazione. Le nuove frontiere della responsabilità penale e civile e della tutela della privacy nell’epoca delle chat e dei social (UTET, 2016), individua tre tipi di satira religiosa e di relativi “bersagli”:

  1. il primo tipo ridicolizza i rappresentanti “in Terra” di una confessione (molto banalmente: il Papa, l’Imam, il Dalai Lama, i rabbini, i sacerdoti eccetera);
  2. il secondo tipo deride entità ultraterrene o figure particolarmente rilevanti per la religione (da Dio ad Allah, da Gesù Cristo a Maometto, colpendo anche personaggi affini, come la Madonna, gli Apostoli o lo Spirito Santo);
  3. il terzo tipo attacca le comunità dei credenti, ossia i vari fedeli che aderiscono all’uno o all’altro culto (cristiani, islamici, buddisti eccetera).

Una Risata ci Salverà non opera alcuna distinzione, interrogando piuttosto i protagonisti sull’opportunità o meno di ridere delle religioni e sulla presenza o meno di limiti che possano arginare l’attività degli autori satirici.

Muovendo da queste domande (solo immaginate, poiché, di fatto, la voce dell’intervistatore non si sente mai), gli intervistati esprimono le proprie opinioni attraverso interessanti monologhi volti a definire la loro posizione sulla questione.

C’è, quindi, chi rivendica strenuamente la libertà d’espressione, evidenziando l’importanza di disinteressarsi del sentimento altrui e avendo come unico faro il rispetto delle leggi vigenti, onde evitare di scadere nella diffamazione; chi pone come unico limite il buon gusto; chi definisce la satira religiosa (almeno entro i confini nazionali) “molto blanda” anche a causa della storia politica e culturale del nostro Paese; chi sottolinea come l’integralismo sia il peggior nemico della satira perché, in un modo o nell’altro, la mette a tacere e chi, al contrario, lo ritiene (provocatoriamente) il suo miglior alleato, poiché più un ambiente è integralista, maggiore sarà il terreno fertile di cui la satira potrà disporre per coltivare nuova democrazia e libertà di pensiero (salvo che, appunto, il terreno non venga “inaridito” dall’integralismo stesso, al fine di evitare che la satira attecchisca).

Sullo sfondo di ciascun intervento, dal primo all’ultimo minuto di questa piacevolissima ora dedicata alla satira religiosa, aleggia, come un fantasma turbato, l’immagine di un uomo la cui irrequietezza è palpabile.

La sua peregrinazione pare rappresentare l’insofferenza che ognuno di noi vive quando si pone domande per le quali non esiste una vera e propria risposta.

Ad un certo punto, il turbamento di quest’uomo, disorientato e accigliato, sembra avere il sopravvento; ma dopo le riflessioni e le considerazioni dei protagonisti (tra le tante, sono particolarmente degne di nota la differenza tra comicità e satira illustrata da Saverio Raimondo, gli aneddoti di Sergio Staino e la libertà di ridere rivendicata da Moni Ovadia per «distruggere qualsiasi forma di arroganza, perché l’arroganza porta all’idolatria di sé stessi»), il misterioso individuo sembra ritrovarsi grazie al più naturale e caratteristico dei gesti umani…

Una Risata ci Salverà è disponibile on demand sulla piattaforma OpenDDB al seguente link: https://openddb.it/film/una-risata-ci-salvera/ 

Qui il trailer: https://www.youtube.com/watch?v=VY4BjsrgDEk 

Buona visione!


venerdì 8 marzo 2024

Scrittrici taciute, ignorate, dimenticate: la silenziosa storia della letteratura femminile

Thomas Pollock Anshutz, "Donna che scrive su un tavolo", 1905 ca.
Nel 2019, la casa editrice Bompiani pubblicò un libro intitolato Scrittori! Vite, curiosità e capolavori dei più grandi autori del mondo: una raccolta delle più importanti opere letterarie e di alcuni fatti sorprendenti riguardanti i vari narratori.

Un libro molto godibile, incentrato particolarmente sui diversi capolavori e condito con cenni biografici per rendere il tutto più curioso e accattivante. Però, trattandosi di scrittori, i protagonisti sono uomini e non c’è traccia, lungo queste duecento pagine, di penne femminili.

Ecco perché esattamente tre anni dopo, nel 2022, le stesse autrici (la redattrice Katharina Mahrenholtz e l’illustratrice Dawn Parisi) realizzarono un nuovo volume, sempre edito da Bompiani, intitolato questa volta Scrittrici! Le autrici e le opere più famose del mondo: una carrellata di narratrici nella quale, a differenza del volume precedente dedicato ai colleghi maschi e alle loro fatiche letterarie, viene data molta più importanza alle vite e alle vicissitudini affrontate dalle protagoniste rispetto alle opere stesse.

Una scelta consapevole, come sottolineano le autrici del volume, per evidenziare le difficoltà che le donne hanno incontrato, nel corso della storia, al fine di potersi affermare come scrittrici, divincolandosi da quei luoghi comuni che, nei secoli, hanno impedito loro di spiccare il volo nei cieli della letteratura, ma anche dell’arte, della scienza, dell’imprenditoria eccetera.

E pensare che, nonostante due terzi di tutti gli analfabeti adulti siano donne e che solo il 12% dei premi Nobel assegnati siano andati a scrittrici, risulta, da diversi studi, che le donne leggono e scrivono molto più degli uomini.

Non è un battaglia di genere, sembrano rimarcare Mahrenholtz e Parisi, ma semplicemente il racconto di una parte della storia della letteratura spesso taciuta, a partire dalle antologie scolastiche.

Ancora oggi, nel 2024, le prime autrici che si studiano in letteratura (eccezion fatta per la poetessa greca Saffo, che infatti inaugura il libro e che viene analizzata principalmente, se non esclusivamente, nei licei classici) sono quelle del XIX o XX secolo come Emily Dickinson, Jane Austen, Virginia Woolf, Grazia Deledda (e spesso nemmeno loro).

Quali sono, dunque, i motivi di queste assenze e di tale disinteresse? 

Intervistata nel 2014 da La Stampa, Cristina Vernizzi, all’epoca direttrice editoriale di Rcs Education, affermava: «Le indicazioni nazionali e le linee guida del ministero non fanno riferimento ai temi di genere. Il che non vuol dire che noi non abbiamo preso a cuore la faccenda. Innanzi tutto c’è una differenza tra i libri del biennio liceale, le cui antologie vanno spesso per temi e generi e sono più libere e per questo contengono più donne, e i manuali del triennio finale, in cui prevale il programma e in cui le donne tendono a scomparire: l’impostazione storicistica e il canone didattico [cioè il criterio di selezione di autori e autrici ndr] che si è sedimentato rendono difficile il cambiamento».

Demetrio Cosola, "Il dettato", 1891
Un altro motivo è sicuramente il fatto che, nei secoli passati, le autrici erano meno conosciute e non avevano avuto la possibilità di esprimere tutto il loro talento. Tuttavia, Rossana Di Fazio, fondatrice dell’Enciclopedia delle donne, sempre nel 2014 contestava il punto, sostenendo che «continuare a dimenticare le grandi scrittrici solo perché non ne si conosce il valore o la produzione è un errore storiografico e anche un modo di trasmettere lo stesso vizio di forma tra i giovani».

Sono passati dieci anni dalle parole di Vernizzi e di Di Fazio, ma la situazione non sembra essere migliorata, come denunciato da Sofia Li Crasti sempre sulle colonne de La Stampa poco meno di tre mesi fa: «I programmi scolastici di letteratura continuano ad escludere le voci femminili. La narrazione storica e culturale italiana è sistematicamente e terribilmente maschile». E non è un problema esclusivamente “liceale”; come sottolinea Li Crasti: «Il 91% dei programmi universitari di letteratura italiana è composto da autori, e solo un misero 9% resta per le autrici. Le donne sono assenti pure dai libri: secondo i risultati di un’indagine sulle antologie di letteratura italiana, la rappresentanza femminile è estremamente bassa, e va da un misero 2,74% all’8,83%».

La scusa della mancanza di informazioni e di fonti riguardanti l’attività letteraria delle donne nel passato sembra, dunque, sempre meno attendibile. Viene quindi naturale chiedersi se la sistematica esclusione della loro voce dalle antologie e dai programmi scolastici non sia piuttosto una scelta consapevole, dettata da una sorta di conservatorismo radicato al punto tale da non concedere alcun cambiamento progressista in tal senso.

Tuttavia, credo che i piccoli gesti possano ancora fare la differenza e che il silenzio della scuola e delle istituzioni sul tema possa essere rotto discutendone e godendo di quelle fonti che, come il sopra citato libro di Mahrenholtz e Parisi, possono farci riscoprire il piacere della letteratura nata dalla mente e dalla penna di donne straordinarie, ma ancora tristemente ignorate.


martedì 13 febbraio 2024

"Su la maschera!" Il carnevale e la commedia dell'arte


Semel in anno licet insanire è il vecchio adagio secondo il quale una volta all’anno è lecito impazzire. E quella volta all’anno è proprio il carnevale, con le maschere e i costumi che colorano le fredde (cambiamento climatico permettendo) giornate invernali.

Nonostante la citazione latina fosse divenuta proverbiale e accostata al carnevale solo in epoca medievale, questa momentanea e, in seguito, variopinta “follia” trova le sue radici nell’antica Grecia, durante le celebrazioni dedicate a Dioniso (non a caso il dio delle feste e dell’ebbrezza), quando cortei mascherati sfilavano per le vie delle città.

Salpando dal Pireo, il principale porto ellenico, e solcando il mar Mediterraneo verso Roma, scopriremo, giunti a destinazione, che anche nella città eterna si iniziarono a festeggiare ricorrenze riconducibili a una sorta di carnevale.

Sembra, infatti, che la parola “carnevale” derivi proprio dal latino carnem levare, cioè appunto “togliere la carne”. Ciò sarebbe riconducibile all'inizio del periodo di Quaresima, portando questo evento, tipicamente pagano, a subire, in un certo senso, l'influenza della cultura cristiana.

Con il passare dei secoli, il carnevale divenne sempre più l’occasione per canzonare non solo l’autorità religiosa, ma anche (e forse soprattutto) quella politica, deridendo il potere, schernendolo e screditandolo.

Durante il Medioevo, la “follia” carnevalesca imperversava nelle corti europee con travestimenti bizzarri e goliardici che talvolta richiamavano gli antichi costumi per così dire “civili” degli antenati e talaltra rievocavano quelli accostabili alla mitologia greco-romana.

Tuttavia, pensando al carnevale, le prime maschere che balzano alla mente sono quelle di Arlecchino, Pantalone, Colombina, Brighella e molti altri. Personaggi che, oltre a popolare le strade e a troneggiare sui carri allegorici, sono i protagonisti della commedia dell’arte: genere teatrale sorto in Italia nella metà del Cinquecento. Caratteristica di tale commedia era l’improvvisazione dei cosiddetti 'tipi fissi', cioè personaggi come i suddetti Arlecchino, Brighella eccetera che, indossando spesso maschere di cuoio, scambiavano, sulla scena, buffi dialoghi mescolando e intrecciando dialetti e lingue differenti.

Verrebbe quindi da pensare che il teatro del XVI secolo avesse ripreso i personaggi del carnevale per dar vita a rappresentazioni teatrali con maschere già note al pubblico… Tutt’altro! Fu proprio il carnevale che “prese in prestito”, dal mondo dello spettacolo, le celebri figure della commedia dell'arte. Pur non avendo un copione vero e proprio, ma solo un canovaccio (cioè una trama che consentisse di comprendere lo svolgimento dell’azione), commediografi e attori svilupparono e caratterizzarono le maschere, attribuendo a ciascuna di esse virtù (poche) e vizi (tanti) tipici dell’essere umano. Divenute poi famose, tali maschere vennero utilizzate dalla gente comune, a prescindere dal ceto di appartenenza, per camuffarsi e divertirsi nel periodo più pazzo dell'anno.

Da questa caratterizzazione derivano l’astuzia subdola del bergamasco Brighella, la superbia altezzosa del bolognese Balanzone, l’avidità burbera del veneziano Pantalone, la furbizia indolente del napoletano Pulcinella, riprendendo così solo alcuni dei difetti umani volutamente caricaturizzati, per giungere a una loro correzione.

Ed è proprio in questo comico e stravagante ammonimento, realizzato attraverso la beffa e il ridicolo, che si esprime la satira delle maschere: irriverente, audace, iperbolica.

Riprendendo la metafora dello specchio di Jonathan Swift, il carnevale, con le sue maschere, da un lato ci consente di essere, per qualche giorno, qualcun altro, ma, dall’altro, riflette (anche psicologicamente) l’essere umano, finendo col farci capire quanto c’è di esagerato e magari di grottesco in ognuno di noi.


sabato 10 febbraio 2024

Umorismo e lavoro: quel binomio perfetto che spesso "spaventa"

Tra i vari annunci di lavoro che popolano il web mi sono imbattuto nell'inserzione di un’azienda che, segnalando una posizione aperta per il ruolo di graphic designer, chiedeva alla persona candidata di inviarle, oltre ai classici cv e portfolio, «il link di un video che ti ha fatto ridere».

Di primo acchito, la richiesta potrebbe sembrare bizzarra, ma considerando lo spirito e il business della suddetta azienda è tutt’altro che stravagante.

Penso che con tale richiesta (a mio parere utile, a prescindere dal tipo di società) venga anche sottolineato un dato fondamentale: l’importante effetto che l’umorismo può avere negli ambienti di lavoro e nella qualità delle attività, più o meno creative, che ognuno di noi è chiamato a svolgere.

A proposito di umorismo, qualche tempo fa ho casualmente sfogliato un’antologia di italiano per le scuole, in cui il primo modulo era intitolato “Pagine d’umorismo”.

Perché questa scelta da parte degli autori, di dare un simile spazio e una tale priorità? Perché, come recita un passaggio dell’introduzione al modulo, chi è dotato di umorismo, «mettendosi nei panni dell'uomo comune, sostenuto da una buona dose di intelligenza, [...] riesce a smascherare debolezze e manie, a mostrarne tutta la loro miseria, a ridicolizzarle». In due parole: a capire.

Da qui l’intelligenza di cui sopra, nel senso etimologico del termine (‘intellegere’, comprendere); e da qui l’importanza di promuovere l’umorismo e di “allenarlo”.

Spesso lo spettro dell’equazione ‘umorismo = frivolezza, superficialità’ aleggia nei luoghi di lavoro, come fosse una minaccia pronta a compromettere la qualità delle prestazioni. 

Tuttavia, il pregiudizio è smentito da molti studi, tra cui quello di Chris Robert, professore alla University of Missouri-Columbia e autore di un’analisi su “Research in Personnel and Human Resources Management”.

Robert ha spiegato che «il legame tra umorismo ed emozioni positive sembra forte, il che è intuitivo, e c'è anche una forte correlazione tra emozioni positive e prestazioni sul posto di lavoro», aggiungendo che «chi ha il senso dell'umorismo di solito è più creativo non solo perché è meno ansioso e stressato, ma anche perché sia l'umorismo che la risoluzione di problemi inaspettati richiedono di trovare una connessione tra fatti non in relazione tra loro».

Quest’ultimo dato è confermato da un ulteriore studio condotto qualche anno fa, su un campione di 185 studenti, dagli psicologi americani Daniel Howrigan e Kevin MacDonald, e pubblicato nella rivista “Evolutionary Psychology”. Al termine della ricerca, è emerso che il senso dell’umorismo era più diffuso tra coloro che avevano più indicatori di intelligenza.

Alla luce di ciò, la speranza è che il binomio umorismo/lavoro possa essere incoraggiato e possa trovare sempre più spazio nelle aziende, al fine di migliorare il nostro umore e, di conseguenza, le nostre attività.


giovedì 11 gennaio 2024

25 anni senza De André, tra malinconia e umorismo


È saltata una corda della chitarra, la terza, il Sol. Così, tesa sulla tastiera della vita, ha deciso, di punto in bianco, di schizzare dal ponte della cassa armonica fino alla paletta. Ha percorso il manico e ha oltrepassato il capotasto con estrema rapidità.

Arricciata e sfibrata, penzolando dalla chiave, non suona più. Si può dire che “il Sol è tramontato”, improvvisamente. Curioso che si sia eclissato proprio oggi, quell’11 gennaio che, 25 anni fa, vide spegnersi un altro sol della musica italiana: Fabrizio De André.

Celebre per le sue canzoni ricche di poesia, con i testi spesso accompagnati da arpeggi delicati, il cantautore genovese, tra onirico e reale, ha saputo raccontare la società con melodiosa delicatezza, senza tuttavia risparmiarle critiche anche pungenti. 

Pensando a De André, la prima caratteristica che balza all’orecchio è forse quella malinconia, più o meno accentuata, che pervade la maggior parte della sua discografia. Probabilmente favorita dai temi affrontati, questa sorta di amarezza esistenziale, a volte solo accennata, altre assai presente, permea molti dei suoi brani: da Via del Campo a La guerra di Piero, passando per La canzone di Marinella, Un blasfemo, La ballata di Michè e Amore che vieni, amore che vai, solo per citarne alcuni.

Ovviamente sarebbe riduttivo e ingiusto limitare il genio e il ricordo di Fabrizio De André entro le anguste mura della malinconia, pur essendo una malinconia che non scade nella tetraggine ma che anzi ambisce al riscatto e al ritrovamento della felicità perduta.

Ad abbattere queste pareti ci pensano, quindi, l’umorismo e la verve, a tratti satirica, che condiscono alcuni dei più celebri pezzi dell’artista genovese.

Senza dubbio, Carlo Martello ritorna dalla battaglia di Poitiers, scritta con il suo amico e sodale Paolo Villaggio, è una canzone spiccatamente comica. Il testo ridicolizza il re dei Franchi ma, metaforicamente, schernisce la figura del potente di ogni epoca. Satireggia, infatti, sull’arroganza del monarca e sui costumi che, pur ambientati nel secolo VIII d.C., possono essere tranquillamente declinati nell’Italia del secondo Novecento.

Tornato dalla guerra, Carlo Martello seduce una ragazza che, alla fine del rapporto sessuale, chiede al sovrano di venir pagata per essersi concessa.

Brontolando e lamentandosi per il prezzo troppo elevato, il re sale lesto in sella per dileguarsi, evitando di saldare il debito, in un divertente contrasto tra il suo eroismo epico, legato alla vittoria di Poitiers, e la sua innegabile cialtroneria.

A proposito di satira civile, pezzi memorabili restano:

  • Il gorilla, dove la scimmia, fuggita dalla gabbia, "ristabilisce" inconsapevolmente la giustizia sociale, violentando, in preda ai suoi istinti animaleschi, un pessimo giudice. Il magistrato «il giorno prima come ad un pollo / con una sentenza un po' originale / aveva fatto tagliare il collo» a un imputato probabilmente innocente;
  • Bocca di Rosa, storia della ragazza che sconvolse il paesino di Sant’Ilario per il suo stile libertino, scatenando l’ira delle concittadine. Uno spaccato di perbenismo e ipocrisia che si conclude, data la stizzita insistenza delle comari, con l’allontanamento della giovane donna dalla comunità;
  • Don Raffaè, in cui De André, dando voce al brigadiere Pasquale Cafiero, denuncia la problematica situazione delle carceri italiane e la connivenza tra Stato e criminalità organizzata. Brillante, in questo caso, l’espediente narrativo dell’autore genovese che, attraverso le parole e gli atteggiamenti servizievoli del brigadiere corrotto, tratteggia la vita agiata che il camorrista Don Raffaè conduce in prigione, sottolineando il potere esercitato dal boss anche al di fuori delle mura carcerarie.

In De André il sorriso è spesso amaro, non c’è dubbio! Ma proprio grazie al suo umorismo ironico e satirico, che ben si sposa con l’indole malinconica, l’artista genovese canta la società con estrema efficacia, fuori dallo spazio e dal tempo.

E quel “sol”, che dopo una fredda notte del 1999 non sarebbe più risorto, sembra risplendere ogni giorno nella sua poesia e nelle sue canzoni, con la speranza che queste non tramontino mai.


lunedì 20 novembre 2023

Ennio Flaiano, il satiro malinconico

«Io credo soltanto nella parola. La parola ferisce, la parola convince, la parola placa. Questo per me è il senso dello scrivere».

Questa vera e propria dichiarazione di fede e di amore verso la parola è una delle tante frasi che costellano l’universo aforistico di Ennio Flaiano, di cui oggi ricorre il 51° anniversario della morte.

Giornalista, scrittore e sceneggiatore, Flaiano esprime, nella propria produzione letteraria, il declino della cultura moderna. Intingendo la penna nel sarcasmo, nel grottesco, nella caricatura, racconta la società italiana di metà Novecento, dimostrandosi particolarmente critico verso il mondo borghese.

Ironico e pungente, fa della satira, specialmente sociale, il genere letterario attraverso il quale manifesta, con una certa amarezza, il suo estro brillante, traducendolo in romanzi (con Tempo di uccidere vinse la prima edizione del premio Strega nel 1947) e in sceneggiature (quella di Guardie e ladri, per la regia di Monicelli e Steno, gli valse il premio al festival di Cannes del 1952).

Ne Il satiro e la satira, saggio di Egidio Delli Rocili dedicato all’amicizia tra l’incisore satirico Mino Maccari e lo stesso Flaiano (Arnaud, 1988), l’autore sottolinea come la satira di Flaiano lasci il segno e si mostri ricca, varia, imprevedibile, eppure venata di una sottile malinconia: una sorta di “spleen” che caratterizza tutta la produzione dello scrittore pescarese.

Nel 1973, un anno dopo la morte di Flaiano, viene pubblicata La solitudine del satiro (Rizzoli, 1973): riflessioni, aneddoti, ricordi di un cronista disincantato che osserva la decadenza di Roma e dell’intero Paese, smascherandone le contraddizioni. Un po’ come quando si vede il proprio compagno di giochi nascosto dietro le tende del salotto: gli spuntano i piedi ed è giunto il momento di farglielo notare.

Il “game over” di Flaiano si sintetizza nel frammento seguente, tratto proprio da quest’ultima opera postuma; un epigramma che, riletto oggi nell’era dei social network, appare come un iceberg di cui, cinquant’anni fa, si vedeva solo la punta: «Mai epoca fu come questa favorevole ai narcisi e agli esibizionisti. Dove sono i santi? Dovremo accontentarci di morire in odore di pubblicità».


mercoledì 21 giugno 2023

Risus quoque vitast: l'editoria di Formíggini, "in questo mondo di cani ringhiosi"


Mi capita tra le mani un libro logoro e acciaccato. Il tempo grava visibilmente sulla copertina strappata, sul dorso polveroso, sulle pagine ingiallite che faticano a stare ancora insieme.

È un’antologia dedicata al poeta Carlo Porta, edita nel 1913; ma ciò che mi colpisce è la collana di appartenenza: Classici del ridere.

“Classici del ridere?”

Con la pigrizia del pollice che scorre mollemente sul display del telefono, cerco, tra un’informazione e l’altra, qualche notizia in più sull’editore, A.F.F.

L’attenzione indolente si fa curiosità quasi morbosa quando leggo di un uomo che nel novembre del 1938 spiccò il volo dalla torre Ghirlandina, a Modena, urlando “Italia! Italia! Italia!” e scrivendo inesorabilmente la parola “Fine” nel libro della propria vita. È un epilogo tanto doloroso quanto sensazionale che termina 60 anni di prestigiosi successi e frustranti insuccessi, di immense gioie e profonde delusioni.

E pare che proprio dalla più cocente di queste ultime fosse nata, nel protagonista, la volontà di giungere a una conclusione estrema, dimostrativa, per lasciare il segno nella storia dell’Italia fascista, sprofondata nel baratro delle leggi razziali.

C’è un’opera dello scrittore e attore contemporaneo Moni Ovadia che si intitola L’ebreo che ride. Ma, prima di lui, di Ovadia dico, ci fu un altro ebreo che, nel solco della migliore tradizione yddish, utilizzò la risata e l’umorismo a mo’ di bussola per orientarsi nella vita: fu proprio l’uomo della Ghirlandina, l’editore Angelo Fortunato Formíggini.

Modenese di sette cotte, e perciò italiano sette volte” come diceva di sé, Formíggini fu un giurista (si laureò, nel 1901, con una tesi intitolata La donna nella Thorà in raffronto con il Manava-Dharma-Sastra: contributo storico giuridico ad un riavvicinamento tra la razza ariana e la semita) e un filosofo (si laureò nuovamente, nel 1907, con un’altra tesi intitolata Filosofia del ridere).

Nel 1908, in barba alla formazione forense, decise di fondare la casa editrice A.F.F., il cui motto, che campeggiava sul logo impresso nelle copertine, era Amor et labor vitast (amore e lavoro sono vita).

A questo “slogan” si accostava una puntualizzazione, spesso inserita all’interno dei suoi libri: Risus quoque vitast, anche la risata è vita! Come, infatti, scrisse: “Nulla è più umano del ridere, nulla è più fautore di affratellamento in questo mondo di cani ringhiosi”.

Tra gli zampilli che esplosero da questo vulcano di idee e di progetti editoriali, emerge proprio la collana Classici del ridere, cui appartiene anche l’antologia sul Porta: 105 opere, pubblicate tra il 1913 e il 1938, scelte dall’editore per il loro carattere umoristico al fine di divertire, ma anche di favorire, mediante la risata, la riflessione dei lettori su temi spinosi o licenziosi. Una scintilla di buon umore in un’epoca, tra la Grande Guerra e la dittatura fascista, tutt’altro che luminosa. 

La collana è popolata di mostri sacri della letteratura: da Petronio e Apuleio a Oscar Wilde e Trilussa, passando per Boccaccio e Rabelais o per autori insospettabili (umoristicamente parlando) come Edgar Allan Poe e Victor Hugo.

Ne scrivo oggi, in occasione del 145° anniversario della sua nascita, per accendere la luce sulla vita di Formíggini, una vera e propria avventura tutta da riscoprire! Al netto dei toni più scuri e più chiari che colorano l’esperienza di ciascun individuo, Formíggini fu indubbiamente un intellettuale brillante, tanto celebre e influente a inizio Novecento quanto dimenticato e taciuto dopo il suicidio: un gesto che incarnò la delusione straziante verso la discriminazione razziale e verso quel partito fascista che, in un primo momento, lo stesso editore aveva appoggiato.
Una dittatura dalla quale si scostò e della quale, in aperta polemica con il filosofo del regime Giovanni Gentile, si burlò nel saggio La ficozza filosofica del fascismo. “Ficozza”, in romanesco, significa “bernoccolo” e, per Formíggini, Gentile fu proprio il “bernoccolo” del regime, la protuberanza patologica che contribuì a rendere il fascismo quel totalitarismo disumano che tutti (o quasi) conosciamo e riconosciamo.

Editorialmente, rispetto ad altri colleghi come Mondadori e Rizzoli (solo per citare un paio di suoi colleghi coevi), Formíggini fu un vero e proprio sognatore, divertente e divertito. Uno dei meno noiosi uomini del suo tempo (come recita un'epigrafe a Modena, da lui stesso predisposta) che volle investire sul bello, sullo spiritoso e soprattutto sull'utile socio-culturale prima ancora che sull’utile economico.

Un imprenditore di cui anche oggi, vedendo certe pubblicazioni di case editrici rinomate e di spessore, attente più alla celebrità degli autori che alla qualità dei contenuti, avremmo ancora dannatamente bisogno: Risus adhuc vitast (la risata è ancora vita). 


Per un approfondimento su Angelo Fortunato Formíggini: Libri da ridere di A. Castronuovo, Stampa Alternativa, 2005