venerdì 9 aprile 2021

Baudelaire e "Lo spleen di Parigi": poemetti in prosa tra onirico e reale

Charles Baudelaire, di cui oggi ricorre il 200° anniversario della nascita, non ha certo bisogno di presentazioni. Poeta irrequieto, tediato, angosciato, annebbiato dai fumi dell’alcol e della droga, eppure così lucido nell’interpretare, spesso allegoricamente, la realtà che lo circonda. In un aggettivo (caro al suo collega Paul Verlaine) “maledetto”.

Tutti conoscono Baudelaire per i suoi Fiori del male: il canzoniere dai temi scabrosi, condannato nella Francia dominata dalla borghesia benpensante del Secondo Impero. Ma forse non tutti hanno presente la sua “trasposizione prosastica”: i Poemetti in prosa, per l’appunto, editi anche come Lo spleen di Parigi.

Spleen è una parola inglese, derivante dal latino splen, cioè la milza che, secondo le teorie mediche del mondo classico, era la sede dell’umor nero o bile nera, responsabile della melanconia e identificabile, nell'Ottocento, con il tedio e con l’insoddisfazione esistenziale.

Attraverso i cinquanta testi che compongono l’opera (pubblicata postuma nel 1869), Baudelaire intende affondare il pennino nelle viscere della metropoli che gli diede i natali, producendo - come dichiarato nel prologo rivolto al poeta Arsène Houssaye - “una prosa poetica, musicale, senza ritmo e senza rima, duttile e malleabile abbastanza per adattarsi ai movimenti lirici dell'anima, agli ondeggiamenti della fantasticheria, ai sussulti della coscienza”.

Gustave Caillebotte,
Strada di Parigi in un giorno di pioggia, 1877
In una mescolanza di onirico e reale, sono numerosi e ancora attualissimi i temi che condiscono questa raccolta all'insegna del simbolismo e della denuncia sociale nei confronti di Parigi, dei parigini e, allargando il compasso del suo j'accuse, dell’uomo. 

Nell’Ottocento, la città transalpina è la “capitale del XIX secolo”, epicentro della modernità, brulicante e caotica con i suoi boulevards gremiti dove utilitarismo, produttività e denaro trionfano, relegando la figura del poeta a quella di un esule in patria.

Vizi, ipocrisie, miserie morali e viltà emergono nell’aspra condanna di Baudelaire, “antirousseauiano - come afferma il critico Giovanni Macchia - in quanto poco fiducioso nella bontà della natura e convinto dell'eterna e incorreggibile barbarie dell'uomo”; ma a sprazzi anche solidale, fraterno nel suggerire una via di fuga dallo spleen, dal tedio, come accade nel XXXIII brano intitolato Ubriacatevi!

Terminate le cinquanta prose, l’epilogo, tuttavia, non poteva che essere affidato a una poesia, mediante la quale Baudelaire verseggia tutto il suo disagio e la sua angoscia, ma anche la sua passione e la sua attrazione. Un componimento quest’ultimo che, per dirla con Catullo, sintetizza liricamente l’odi et amo dell’autore parigino per la sua città:

Qui il testo originale della poesia.
A fianco, la traduzione di Ivo Senesi in
Poemetti in Prosa, EFA, Milano, 1945
Col cuore contento sono salito sopra il monte

Dal quale si contempla tutta la mia città,

Ergastolo, ospedale, inferno e lupanare,

Dove ogni enormità fiorisce come un fiore.

Satana, tu lo sai, patrono dell'angoscia,

Che non salivo là per spander vane lacrime;

Ma come un vecchio preso d’una sua vecchia amante,

Volevo inebriarmi della grande sgualdrina

La cui grazia infernale mi sa ringiovanire.

O tu che dorma ancora nei drappi del mattino,

Pesante, oscura, raffreddata, o che ti pavoneggi

Nei veli della sera guarniti d'oro fino,

Io t'amo, o capitale infame! Cortigiane

E banditi sovente v’offrono quei piaceri

Che non sanno comprendere i volgari profani. 

 

giovedì 25 marzo 2021

Il vicentino che riscoprì il De vulgari eloquentia

Il 25 marzo è il Dantedì, la data che i dantisti riconoscono come l'inizio del viaggio compiuto dal sommo poeta nell'aldilà, descritto nella Divina Commedia.

Attorno alla figura di Dante e ai suoi testi hanno gravitato e gravitano tutt’oggi numerosi autori e intellettuali che, fin dal XIV secolo, hanno fatto sentire la propria voce, confrontandosi non solo sulla Commedia ma anche su molti altri scritti del rimatore e prosatore fiorentino.

Proprio nel giorno in cui si celebra l’Alighieri e più generalmente la sua opera omnia, voglio brevemente ricordare, dando libero sfogo al mio “campanilismo provinciale”, un vicentino illustre che ebbe uno strettissimo rapporto con una delle principali fatiche letterarie dantesche.

Gian Giorgio Trissino
Mi riferisco al letterato berico Gian Giorgio Trissino, nato a Vicenza nel 1478 e considerato il più importante esponente della corrente italianista nell’ambito della “questione della lingua”: disputa sul modello linguistico da adottare nella Penisola.

Ricollegandosi alla teoria cortigiana, per la promozione di una lingua mista, ‘italiana’ e comprensibile anche fuori di Firenze, la corrente italianista si oppone a quella tosco-fiorentina trecentesca (per una lingua che ricalchi puramente il volgare di Dante, Petrarca e Boccaccio, di duecento anni precedente) e a quella cinquecentesca (per una lingua che sposi, in tutto e per tutto, il fiorentino dell'epoca). 

Nel 1529, infatti, Trissino traduce il De vulgari eloquentia (di cui aveva ritrovato un manoscritto intorno al 1513): trattato incompiuto, redatto da Dante in latino tra il 1302 e il 1305, in cui vengono illustrate quali sono e quali dovrebbero essere le qualità della lingua volgare, decretata superiore rispetto a quella latina.

In quest’opera, Dante delinea un percorso di storia della letteratura che, partendo dall’origine delle lingue (addirittura dall’episodio biblico della Torre di Babele!), arriva ai provenzali, ai poeti siciliani, a quelli siculo-toscani, agli stilnovisti e infine a se stesso. La letteratura romanza inizia, quindi, con i verseggiatori in lingua d’oc per poi concludersi proprio con i suoi testi poetici… Diciamo che umiltà e modestia non erano le principali caratteristiche dell’Alighieri!

È corretto sottolineare che il sommo poeta (“sommo trattatista”, in questo caso) non nomina mai il De vulgari eloquentia in altre sue opere, nessuno glielo attribuisce e per un paio di secoli sparisce dalla circolazione, fino a essere recuperato da Trissino che, per l'appunto, lo traduce in volgare. Ciò peraltro accade in un periodo storico particolarmente acceso per quanto riguarda la diatriba linguistica, infiammata dalle diverse tesi relative a quale fosse la lingua da utilizzare e celante problematiche molto più scottanti e profonde, di stampo socio-politico e culturale.

Ogni volta che affiora, in un modo o nell’altro, la questione della lingua (ndr. quella cinquecentesca non fu, infatti, l'unica “questione della lingua” scatenatasi in Italia), significa che si sta imponendo una serie di altri problemi: la formazione e l’allargamento della classe dirigente, la necessità di stabilire rapporti più intimi e sicuri tra i gruppi dirigenti e la massa popolare-nazionale, cioè di riorganizzare l’egemonia culturale”, scriverà quattro secoli dopo Antonio Gramsci nei suoi Quaderni del carcere (1^ ed. 1948).

Tornando al XVI secolo, immaginatevi dunque diverse fazioni che (dialetticamente) si scannano per il primato della lingua; finché, alle Prose della volgar lingua redatte dal filo-trecentista Pietro Bembo, risponde, sfilando l'asso dalla manica, il vicentino Gian Giorgio Trissino, che mette sul tavolo un’opera del padre della lingua italiana su cui modella la sua tesi italianista!

Ovviamente, nell’ambiente culturale del tempo, non mancarono i dubbi riguardanti la paternità dantesca del De vulgari eloquentia, dato che Trissino non fornì mai la copia in latino che tradusse in volgare. Tuttavia, alcune prove piuttosto inconfutabili darebbero ragione all’umanista berico, con buona pace di diversi suoi detrattori. Tra questi spicca Niccolò Machiavelli, difensore di quel volgare fiorentino cinquecentesco che considerava superiore sia al fiorentino trecentesco (promosso da Sannazaro e dal sopraccitato Bembo) sia alla lingua italianista, mista e cortigiana (caldeggiata da Trissino e da altri letterati come Equicola, Castiglione e Calmeta).

Concludendo, nell’interpretazione di Trissino non mancano alcuni fraintendimenti circa il messaggio e i concetti espressi da Dante; è però innegabile il ruolo determinante che questo studioso svolse nella riscoperta di un’opera straordinariamente interessante per capire non solo lo sviluppo della poetica dantesca, in relazione ad altre opere del sommo poeta (dal Convivio alla Commedia stessa), ma anche dell’intera lingua italiana.


domenica 21 febbraio 2021

Quando nacque la lingua italiana?


Il 21 febbraio ricorre la Giornata Mondiale della Lingua Madre, istituita dall’UNESCO nel 1999 con l’obiettivo di difendere e preservare le diversità linguistiche.

Oggi si celebra dunque anche la lingua italiana, meraviglioso idioma (ma io sono di parte!) del ceppo romanzo, utilizzato per la realizzazione di alcuni dei principali capolavori della letteratura internazionale. Lingua amata e studiata in tutto il mondo, ma anche criticata e snobbata, involontaria protagonista della diatriba legata al primato delle lingue in Europa che infiammò la seconda metà del Seicento e che portò il gesuita e grammatico francese Dominique Bouhours ad "accusare" gli italiani di eccessiva tendenza alla sdolcinatezza poetica e di troppa libertà sintattica.

Ma lasciando perdere le osservazioni di padre Bouhours (cui peraltro controbatterono alcuni intellettuali italiani come Gian Gioseffo Orsi, Ludovico Antonio Muratori e Anton Maria Salvini), dove e quando nacque la lingua italiana?

Premesso che l'italiano rappresenta lo sviluppo, come tutte le lingue romanze o neolatine, del latino (e più specificamente del latino "volgare", quindi non del latino "classico" impiegato dai grandi della letteratura romana, bensì del latino parlato dall'oste, dal macellaio, dal carrettiere eccetera...) e premesso che potremmo affermare che l'italiano è il latino che oggi viene scritto e parlato in Italia, la nostra lingua (secondo gli studi più recenti e accreditati) nacque convenzionalmente nel 960 d.C. con il cosiddetto Placito Capuano.

Il Placito Capuano del 960 d.C.

Per placito si intende quel documento che, nel Medioevo, conservava il testo di un atto giudiziario: dalla narrazione del caso, alle deposizioni delle parti in causa e dei testimoni, per giungere infine alla sentenza del giudice.

Nonostante fosse stato redatto nel X secolo, il Placito Capuano venne scoperto solo nel XVIII secolo, ed ebbe risonanza ancor più tardi, nel XX secolo. In esso c'è la piena coscienza da parte dell'autore riguardo alla separazione tra il latino notarile (usato per stendere gli atti ufficiali) e il volgare parlato (impiegato per annotare le dichiarazioni di attori, convenuti e testimoni). Il Placito Capuano è quindi un verbale notarile, scritto su un foglio di pergamena, relativo a una causa discussa di fronte al giudice capuano Arechisi (da qui la connotazione topografica) che risolse la diatriba tra Aligerno, abate del monastero di Montecassino, e un tal Rodelgrimo di Aquino. 

Rodelgrimo rivendicava, in lite giudiziaria, il possesso di certe terre, a suo dire abusivamente occupate del monastero di Montecassino. L’abate Aligerno, per contro, invocava il diritto che oggi definiamo di usucapione, per il quale i coloni dell'ecclesiastico avevano coltivato per trent'anni le suddette terre senza alcuna interferenza da parte dell'effettivo proprietario.

Nel giorno dell'udienza, tre testimoni (tre frati del monastero: Mari, Teodemondo e Gariperto) recitarono la formula testimoniale con la quale davano (ovviamente) ragione all'abate, favorendone la vittoria sulla controparte.

La testimonianza di Gariperto

In particolare, si fa rifermento alla testimonianza di Gariperto, chierico e notaio, il quale tenens in manum memoratam abbreviaturam et tetigit eam cum alia manu, et textificando dixit (tenendo in mano la summenzionata memoria la toccò con l’altra mano, e rendendo testimonianza disse): «(1) Sao ke kelle terre (2) per kelle fini que ki contene (3) trenta anni le possette (4) parte Sancti Benedicti» («So che quelle terre, all’interno di quei confini che qui si contengono, le possedette per trent’anni il monastero di San Benedetto»).

Tutto il virgolettato che precede "Sancti Benedicti" è in lingua volgare campana, parlata nel X secolo nei pressi di Montecassino (oggi in provincia di Frosinone).

D'ordine del giudice, fu redatto un verbale da parte del notaio Atenolfo che incluse vere e proprie formule testimoniali volgari affiancate da tre frasi in latino (più comuni e tipiche degli atti giudiziari).

Immaginatevi il povero Atenolfo, abile scriba e profondo conoscitore del latino, istruito grazie alle letture dei vari Terenzio, Cicerone, Virgilio, Orazio, catapultato in un vero e proprio ginepraio linguistico, costretto a trascrivere una lingua di cui non conosceva le regole fonetiche e fonologiche, e quindi a improvvisare e a inventare parole che sonoramente gli parevano avvicinarsi maggiormente ai termini latini conosciuti: una "tortura" che emerge dalle esplicite incongruenze testuali, come il ke e il que scritti in modo differente pur rappresentando entrambi l'attuale che.

L'encomiabile sforzo di Atenolfo potrebbe essere paragonato all'odierna trascrizione di parlate dialettali: magari oggi potremmo essere in grado di annotare correttamente alcune parole in vernacolo, ma è molto probabile che non saremmo capaci di riportare perfettamente tutti i lemmi pronunciati da un dialettofono.

Essendo formule prestabilite, le testimonianze del Placito non sono in tutto e per tutto un frammento naturale di lingua parlata, ma sono già assoggettate a una certa formalizzazione. La formula del Placito non è isolata, collocandosi infatti nella serie di quelli che si è soliti definire i Placiti Campani o Cassinesi.

Il Placito Capuano è dunque il primo testo in volgare italiano, in quanto è presente l’intenzionalità dello scrivente (ben conscio di aver cambiato codice linguistico, dal latino al volgare campano) e la casualità della conservazione del documento, "sopravvissuto" alle intemperie della storia: elementi che identificano tale reperto come la più antica testimonianza di volgare italiano “consapevole”, nonché come l'atto di nascita della nostra affascinante lingua.


martedì 29 dicembre 2020

Ignoranza: ecco lo schema per contrastare il "figlio degli uomini"

Ignorance and Want
Ignorance and Want, John Leech, 1843
Natale è passato da poco e, come ogni anno, TV e internet pullulano di trasposizioni cinematografiche e virtuali del celeberrimo e amatissimo Canto di Natale di Charles Dickens, con l'avvento dei tre spiriti (quattro considerando l'ex socio Jacob Marley) e con la redenzione del vecchio peccatore Ebenezer Scrooge.

Nella narrazione dell'opera, una parte del racconto che viene spesso tralasciata è il momento in cui, poco prima di sparire, il fantasma del Natale presente mostra a Scrooge i "figli degli uomini" - così li definisce lo spettro - che vengono descritti dall'autore come "due bambini striminziti, spaventosi, ributtanti, miserabili".
Il maschio è la personificazione dell'Ignoranza, mentre la femmina rappresenta la Miseria.

Ed è curioso come lo spirito, sottolineando la nocività di entrambi, ammonisca Scrooge sulla pericolosità del bambino, cioè dell'Ignoranza: "Guardati da tutti e due, Scrooge, e da tutta la loro stirpe, ma soprattutto guardati dal bambino, perché sulla sua fronte io vedo scritto «Dannazione»".

Lo sviluppo della tecnologia e l'avvento dei social ci hanno dato la possibilità di informarci ed essere maggiormente informati (almeno dal punto di vista "quantitativo") e di poter esercitare (a volte sguaiatamente) il diritto di manifestare liberamente il nostro pensiero, a prescindere da tutto e da tutti, sottovalutando o trascurando l'attendibilità delle fonti pur di veicolare, al maggior numero possibile di persone, il nostro (più o meno utile) messaggio.

Dunque, per concludere in bellezza un anno che ha visto (tra le varie sciagure) l'ennesimo trionfo dell'impulsività e della frustrazione sui social, concretizzatesi in commenti basati sull'approssimazione, sull'infondatezza e sulle fake news (non ultime quelle riguardanti la dannosità dei vaccini... Alé!), ecco uno schema funzionale by Lou Cilio - Satira a matita per provare a invertire la rotta e per promuovere la proficua partecipazione ai vari dibatti online (ma valido anche per quelli reali).

Un grafico semplice e intuitivo per guardarsi da quel sempre più temibile bambino dickensiano, auspicando che, nel frattempo, non si sia già fatto uomo, magari (chissà) alla guida di qualche partito politico.

sabato 13 giugno 2020

Vicenza e quella clausola antifascista


L’antifascismo in una democrazia è come l’olio nell’insalata: ci sta sempre bene, la arricchisce e le dà sapore!

Dopo questa doverosa similitudine gastronomica, veniamo ai fatti: in queste ore sta facendo molto scalpore l’approvazione, da parte della giunta vicentina di Centrodestra, del nuovo regolamento COSAP (Canone per l'Occupazione di Spazi e Aree Pubbliche).
Tale regolamento disciplina la concessione di occupazione del suolo pubblico, da parte del Comune, al soggetto che utilizza in modo esclusivo uno spazio o un’area pubblica. Tra le forme di occupazione c’è, per esempio, l’installazione di gazebo per la propaganda politica.

Prima del suddetto aggiornamento, la lettera d dell’art. 5 del documento affermava che, per poter ottenere la concessione, i richiedenti avrebbero dovuto sottoscrivere la seguente dichiarazione: «Dichiaro di riconoscermi nei principi fondamentali della Costituzione Italiana e dello Statuto comunale e ripudio il fascismo, la cui riorganizzazione è vietata sotto qualsiasi forma dall’ordinamento giuridico».

In seguito all’aggiornamento, i mass media hanno dato la notizia affermando unanimemente che era stata tolta dal regolamento la “clausola antifascista”! News confermata da un trionfante assessore berico e dalla furia dell’opposizione di Centrosinistra.
Vi confesso che, alla lettura del pezzo e alla esultanza del Centrodestra per questa modifica, mi sono indignato anch’io: «Vicenza, Medaglia d’oro al valor militare per la Resistenza, infangata da questa discutibile scelta operata, guarda caso, da una giunta di Centrodestra… È una vergogna!».

Tuttavia, leggendo il nuovo testo della disposizione, si nota che quel ripudio del fascismo si è trasformato in un ripudio di «ogni forma di totalitarismo» e di condanna verso «l’uso della violenza a fini politici».

Ovviamente l’obiettivo della giunta destrorsa non era tanto quello di allargare il raggio d’azione della norma, quanto piuttosto quello di togliere la parola “antifascismo” dal testo.
Ma le è andata male, poiché inserendo la nuova frase anche il concetto di antifascismo, pur scomparendo dal periodo, ne è uscito rafforzato. Ora è bandita – come dovrebbe essere ovvio – l’adesione e la promozione di qualsiasi forma di dittatura, a prescindere dal colore politico; e la lotta al fascismo rimane ugualmente tutelata.

Mi stupiscono, dunque, sia l’imbarazzante esultanza dell’assessore di Centrodestra (come se “antifascismo” fosse una parola impronunciabile, una bestemmia, un arcaismo da estirpare) sia – ripeto: letto il testo della disposizione – l’indignazione delle forze di opposizione.

Ma in fondo non c’è poi così tanto da stupirsi e la risposta è più facile di quanto sembri.
Da un lato, il cancro fascista nella Destra più o mena estrema non è mai stato realmente debellato, con continui ammiccamenti ai nostalgici del Ventennio anche da parte dell’ala più moderata, timorosa di perdere elettori e consensi. A ciò si unisce l’insensata equazione antifascista = comunista, un errore che dimentica e offende tutti i liberali, i socialisti, i democristiani, i cattolici, i monarchici antifascisti che hanno partecipato alla Resistenza e che hanno contribuito a sconfiggere le forze naziste e repubblichine.

Dall’altro lato, la scarsa lucidità nel riconoscere che quando ai comunisti nel mondo è stata data l’opportunità di governare, i risultati sono stati disastrosi, con derive spesso autoritarie.

E proprio sul punto, però, torna il fraintendimento che sovente viene utilizzato – tendenzialmente da esponenti della Destra – come principale argomentazione nell’errato dibattito tra le due ideologie: «Comunismo e nazifascismo sono le due facce della stessa medaglia».

No.

Per ascoltare l'intervento completo di Alessandro Barbero,
 clicca qui: https://www.youtube.com/watch?v=QJtwNtcgMBI&t=16s
Per riprendere brevemente un’analisi del professor Alessandro Barbero, storico e docente presso l’Università del Piemonte Orientale, fascismo e nazismo nascono, nella prima metà del XX secolo, come poteri connotati da un forte dispotismo. Infatti, nelle ideologie fascista e nazista il pensiero unico, il partito unico, la rigida gerarchia, la soppressione delle opposizioni, la persecuzione degli avversari politici, il totale accentramento del potere nelle mani di un unico leader, che si sostituisce al Popolo, fanno parte ab origine dello schema fondante le suddette dottrine. 

E il comunismo? Esso è nato nella prima metà del XIX secolo con quel Manifesto che, esordendo con la celebre frase «Uno spettro si aggira per l'Europa», rende i ricchi proprietari consapevoli del fatto che, come afferma il professor Barbero, «i loro operai non si accontentano più di lavorare e di essere sfruttati, ma si stanno organizzando e vogliono cambiare il mondo». Un mondo con maggiori diritti e maggiore eguaglianza, volto a imporre a coloro che avevano più risorse di aiutare, anche forzatamente, coloro che ne avevano meno, per favorire una sorta di bilanciamento socioeconomico.
Un mondo che, quando il comunismo ne ha avuto l’opportunità, non è stato però cambiato; un mondo che anzi ha assistito all’estremizzazione della dottrina promossa da Marx ed Engels con la conseguente creazione di tirannie sanguinarie e omicide.

Ma il comunismo è questo? «Ditelo a chi lottava – prosegue Barbero – per organizzare gli operai e farli scioperare nell’Italia appena unita di Vittorio Emanuele II, che il comunismo sono i campi di concentramento… Ditelo a quelli che si sono fatti ammazzare in tanti Paesi, lottando contro il colonialismo, per esempio. Essere comunista, per la stragrande maggioranza della gente che per centocinquantanni è stata comunista, ha voluto dire: “Noi sogniamo un mondo migliore e cioè non un mondo dove marciamo tutti inquadrati e invadiamo l’Etiopia o la Polonia, beninteso”.».

Tali considerazioni segnano una netta linea di demarcazione tra comunismo da una parte e nazismo e fascismo dall’altra, portando Barbero a concludere che la differenza è evidente e «se uno ignora questa differenza, appunto, ignora la verità».

Alla luce di tale riflessione, trovo corretto allargare il raggio d’azione non solo vietando la promozione di idee fasciste e naziste, ma anche di tutte quelle storpiature che favoriscono l’instaurazione di regimi totalitari, a prescindere dal colore politico.

Un raggio d’azione che (abbandonando gli analfabeti funzionali alla loro incapacità di comprendere un testo) è ben identificato da quel ripudio di ogni forma di totalitarismo e da quel rispetto dei principi e dei valori fondamentali della Costituzione Italiana che la norma del nuovo regolamento COSAP chiaramente esprime.

L’antifascismo di Vicenza, virtù della città veneta, non è in pericolo. Lo stalinismo – che non è il comunismo – sì.
Con buona pace di entrambe le fazioni.

giovedì 19 dicembre 2019

Dalla UE come Auschwitz al dito medio a Salvini: riflessioni sulla Satira

Satura quidem tota nostra est”… La satira (quella latina) è certamente tutta nostra, scriveva il retore Quintiliano; ma ancora oggi, quasi duemila anni dopo, ci chiediamo: “Cos’è la Satira?”
E anche se ci sforzassimo di risalire la corrente cronologica, nuotando come salmoni fino a quel V secolo a.C. che assistette alla messa in scena di opere spiccatamente satiriche come Le nuvole o Le rane di Aristofane, difficilmente troveremmo una risposta convincente a tale domanda.
Questa mia riflessione nasce dalle recentissime vicende che hanno chiamato in causa il concetto di “Satira”.
Episodi diversi, ma complementari: il disegno del vignettista Mario Improta che ha ritratto l’Unione Europea come un campo di concentramento nazista da cui fugge il premier britannico Boris Johnson; e il post social di Michela Murgia in difesa dell’autrice di un selfie con dito medio rivolto ad un assopito Matteo Salvini.
Cito questi due avvenimenti perché, in entrambi i casi, penso che l’aggettivo “satirico” sia stato aggiunto inopportunamente dai suddetti protagonisti.
Più studio la Satira, più leggo i suoi autori e commentatori, più mi rendo conto che essa non può essere imbrigliata o rinchiusa tra le rigide sbarre di una definizione o di un identikit.
La Satira, come vuole l'etimologia lanx satura (piatto pieno di macedonia di frutta), è una miscellanea, una commistione di stili e di registri linguistici e grafici. È straripante nella sua irriverenza con cui travolge impetuosamente e impietosamente gli schemi, le convenzioni, i costumi.
Castigat ridendo mores”: una tempesta perfetta che si abbatte sulla società e, tra fulmini e acquazzoni, monda l’immondo mediante la caricatura grottesca, l’invettiva graffiante, la battuta sagace.
Eppure, anche se la Satira è una tempesta, meriterebbe più rispetto.
Approfondendo alcune opere e frammenti satirici, ho comunque trovato dei tratti comuni: lo spirito ironico (animus iocandi), il prediligere obiettivi celebri, il deformare la realtà, il voler trasmettere un messaggio avente una dimensione morale – a tratti moraleggiante – che denudi il "re" e spalanchi gli occhi del suddito, del gregario, dell’elettore! Azioni atte a smascherare chi sfrutta illecitamente la propria posizione politica, economica, religiosa o sociale per spadroneggiare sui più deboli.
Tuttavia, nonostante l’indiscusso ruolo svolto dalla Satira, c’è chi ne abusa usandola come scudo a difesa delle proprie insolenti e ingenue bischerate, a sostegno di quelle mere offese che nulla hanno a che vedere con il dileggio pungente e arguto, tipico del genere.
Certamente la Satira è anche aggressiva, feroce, caustica, volgare! Ma se si perde di vista la dimensione morale evocata da Dario Fo, seppur nella sua indubbia soggettività, se alla burla non segue la denuncia critica, se non si tenta nemmeno di innalzarla oltre un paragone insensato come quello di Improta oppure oltre il dito medio a Salvini, con conseguenti capriole retoriche di Murgia, si potrà continuare ad abusarne indiscriminatamente e ad additare come satirico ciò che è semplicemente diffamatorio.
Da un punto di vista giurisprudenziale, sviluppato attraverso numerose sentenze della Cassazione la quale ha individuato tre elementi (celebrità del satireggiato, continenza del messaggio satirico e pertinenza di quest'ultimo) affinché un'opera possa definirsi satirica, si potrebbe dire che, in entrambi i casi, manca proprio la pertinenza.
Infatti, come non ha senso paragonare l'UE ad un campo di sterminio, non ha ugualmente senso un gesto volto alla mera offesa tradotta nel dito medio al leader leghista.
La Satira, dunque, è una musa da tutelare e da invocare con cognizione di causa, dotata di quell’ironia scudisciante, di quell’astuzia bizzarra, di quell’eleganza sgraziata che ci garantisce di poter ridimensionare i potenti, di tenerli a bada, di non diventare come loro.

lunedì 30 aprile 2018

"Com'è umano, Lui!": il Berlusconi di Sorrentino, tra coca, mignotte e simbolismo


Un'ora di coca e mignotte, un'ora di Lui, che non è LVI, ma che dall'assiduo utilizzo del pronome personale lungo buona parte della pellicola, a mo' di entità suprema e innominabile, individua l'imprenditore di Arcore al culmine della sua celebrità economico-politica, ma già sulla via del declino, al pari del LVI di Predappio all'alba degli anni '40.
Se dovessi semplificare e banalizzare i primi 120 minuti di Loro, l'attesissimo film (suddiviso in due puntate) di Paolo Sorrentino, lo descriverei proprio così: una prima frazione incentrata sul personaggio di Sergio Morra che, interpretato da Riccardo Scamarcio, riporta alla mente il faccendiere Gianpaolo Tarantini, romanzandone l'esperienza, tra corpi nudi, scene di sesso, festini sfrenati e certe piste che nemmeno Indianapolis; e una seconda frazione dedicata alla figura di Silvio Berlusconi, i cui panni sono vestiti dal magistrale Toni Servillo.
Sergio Morra (Riccardo Scamarcio) e la moglie Tamara (Euridice Axen)
Il lungometraggio, come sottolinea il regista, rappresenta una "finzione in costume che mette in scena fatti verosimili, o anche inventati, avvenuti in Italia tra il 2006 e il 2010".
La finzione si mescola, dunque, alla realtà, dove lo stile grottesco di Sorrentino (già palesato ne La grande bellezza) esplode, soprattutto nella prima parte, in tutta la sua seppur lenta prorompenza. Ciò enfatizza il cinico arrivismo di Sergio Morra e l'untuoso servilismo dell'ex ministro Santino Recchia (interpretato da Fabrizio Bentivoglio, in un ruolo che concentra, in un unico personaggio fittizio, tutti quei politici che negli anni hanno tentato di sostituirsi invano al leader del Centrodestra), i quali, nell'intreccio della trama, si trovano ad interagire con persone tuttora esistenti, come Veronica Lario (Elena Sofia Ricci), Mariano Apicella (Giovanni Esposito), Noemi Letizia (Pasqualina Sanna) e soprattutto Silvio Berlusconi.
Ed è proprio Berlusconi il protagonista della seconda ora, ambientata, perlopiù, nella solitudine della sua villa in Sardegna, alle prese con la crisi coniugale vissuta assieme alla moglie dell'epoca. Un Berlusconi ancora famoso e influente, ma politicamente sconfitto, fisicamente stanco, emotivamente indebolito, che tenta di recuperare fiaccamente l'amore (o forse la stima, la fiducia) della Lario, non più disposta a barattare la propria dignità per qualche regalo o qualche gita in barca, lungo le coste sarde.
Coste sarde che, dato l'andazzo e conosciuta la storia (reale), giocheranno un ruolo fondamentale nel prosieguo della pellicola. L'obiettivo di Morra, pappone tarantino cui i piccoli "affari" pugliesi cominciano a stare stretti, è quello di trasferirsi a Roma per diventare il nuovo, per così dire, "organizzatore" delle feste opulente del cavaliere di Arcore. E tale scopo trova le sue fondamenta proprio nell'acquisto di una villa davanti a quella di Berlusconi e nei brevi giri con una modesta imbarcazione che tuttavia, attraverso musica ad alto volume e belle ragazze in costume, sembrano attirare l'attenzione del Silvio nazionale, in attesa del secondo capitolo.
Dal punto di vista "critico", posso dire che, dopo Il divo (film del 2008 dedicato alla figura di Giulio Andreotti e, anche questo, ambientato in un breve lasso di tempo che intercorre tra il 1991 e il 1993), mi sarei aspettato un lungometraggio maggiormente fedele ai fatti realmente accaduti, fin dal principio. Non capisco la scelta del regista di romanzare una vita, quella di Berlusconi, che è già di per sé una sceneggiatura, riducendone al minimo la goliardia (giusto qualche frame qua e là), al fine di riconsegnare al pubblico una figura molto più pacata e "umana" rispetto a quegli istrionici e arroganti comportamenti cui l'ex premier ci ha abituato negli anni.
Tuttavia apprezzo lo stile di Sorrentino e quel suo simbolismo che, attraverso un'immagine, un frammento o una parola, spalanca le porte di un mondo apparentemente sommerso, ma, in realtà, più a galla che mai. Tra questi, il costante utilizzo dei pronomi personali Lui e Loro, pronunciati dai personaggi in un mix di paura, mistero, ammirazione, finanche eccitazione; oppure la proiezione di scene apparentemente insensate ma assai eloquenti, come la morte di una pecora stramazzata al suolo mentre guarda un quiz condotto da Mike Bongiorno (Ugo Pagliai) o il vagabondare di un ratto tra le antiche rovine di Roma... Parole, frammenti e immagini in grado di trasmettere messaggi che potranno essere letti meglio al termine del secondo capitolo, ma che già a metà dell'opera dipingono un potere oscuro, oligarchico ma corruttibile, un popolo ipnotizzato, vacuo e belante, e un presente di degrado sociale, etico e culturale che il glorioso passato (oramai trapassato!) non riesce più a mitigare.

Buona visione!