martedì 25 aprile 2017

Breve dialogo sulla Liberazione

- Ti è mai capitato di avere un forte mal di pancia dopo una grande abbuffata, magari di hamburger da McDonald?

- Beh ovvio, a chi non è successo?! A chi non è capitata quella fame chimica all'una di notte e gli hamburger ad un euro, semplici, a portata di mano, con quella loro salsina deliziosa, e gli ultimi dieci euro belli pronti nel portafoglio!

- E la mattina seguente come sei stato?

- Beh volevo morire. Pallore da salmonellosi, crampi alla pancia e stomaco che brontolava. Quegli hamburger gustosi e ammalianti avevano inizialmente causato un piacevole rilascio di endorfine, per poi tradire la mia fiducia e aggredire il mio organismo.

- E poi?

- E poi, dopo qualche ora di agonia e qualche litro di brodaglie varie, ho cacato come se non ci fosse un domani e mi sono sentito leggero e felice, libero da tutta quella monnezza che la pubblicità ci propina come spuntino veloce e sfizioso. E adesso, ogni volta che vedo un Burger King o anche solo un qualsiasi fast food del cazzo, mi viene il voltastomaco. Ma con ciò, cosa vorresti dire?

- Voglio dire che se gli americani hanno scelto il BigMacPork&Beans più patitine doppia frittura, spero che il 7 maggio i francesi preferiscano l’insalata. Perché cambiano le generazioni, magari anche gli “ingredienti”, ma i “fast food” restano comunque e ovunque una merda.

lunedì 27 febbraio 2017

Eutanasia: un fenomeno attuale, ma ancora poco conosciuto e mal disciplinato

Talvolta il destino o Dio o la natura, secondo la visione di ciascuno, possono catapultare l’essere umano in una condizione fisica e psichica tale da non permettergli più di proseguire la sua esistenza serenamente e dignitosamente, tale da fargli balenare nella mente l’idea per cui un determinato tipo di vita non è vita e quindi non vale la pena di essere vissuta, tale da fargli desiderare la morte. Lo stesso Seneca scrisse a Lucilio: “Non rinuncerò alla vecchiezza se essa mi lascerà intero a me stesso, dico intero nella parte migliore; ma se comincerà a scuotere la mia mente, a schiantarne delle parti, se mi lascerà non la vera vita, ma solo una forza animatrice di vitalità organica, senz’altro me ne uscirò da quell’edificio interiormente viziato e destinato a rovinare. Non cercherò con la morte di fuggire una malattia purché si tratti di una malattia da cui possa guarire e il mio intelletto non venga deteriorato. Non volgerò le mani contro me stesso per fuggire il dolore: in questo caso darsi la morte significa essere vinti. Ma quando saprò di dover soffrire condannato a un dolore senza fine, allora uscirò dalla vita non per fuggire il dolore, ma perché esso sarà d’impedimento a tutte quelle cose che costituiscono la ragione di vivere.
Spesso in queste drammatiche situazioni si giunge, purtroppo, ad un punto in cui parenti, coniugi e amici (vale a dire quelle figure che abitualmente ispirano conforto, fiducia e amore) non sono più in grado di risollevare lo spirito e ridonare la gioia di vivere a persone gravemente malate, costrette perennemente a letto, incapaci di badare a se stesse e di possedere anche una minima autonomia; non è raro che queste stesse persone siano obbligate a vivere con l’ausilio di macchine ed apparecchi che permettono loro di sopravvivere, fornendo nutrizione, idratazione e ventilazione artificiali, come polmoni d’acciaio o sondini naso-gastrici; e non è raro che queste stesse persone versino in una condizione di immobilità e incapacità talmente gravi da far desiderare loro di morire senza che possano, tuttavia, procedere all’atto materiale del suicidio.
Ed è qui che si invoca la pietà, che si esige il rispetto della propria dignità (così fortemente tutelata dal capo I della Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea e in particolar modo dall’art.1 della Carta stessa) e che si chiede, tristemente, l’aiuto di “una mano amica” per ricevere la dose letale di morfina o per spegnere il macchinario vitale, uscendo (come scrisse lucidamente il filosofo romano nel I secolo d.C.) “da quell’edificio interiormente viziato e destinato a rovinare”.
Come agire, dunque, in queste situazioni? Cosa fare nei casi in cui un individuo gravemente malato, lacerato da sofferenze insopportabili sia a livello fisico che psichico, ma incapace di suicidarsi, desideri, piuttosto che continuare a vivere una vita per lui non più decorosa, ricevere una morte dignitosa attraverso mezzi giuridicamente leciti?
Qui fa il suo ingresso il biodiritto, quel ramo giuridico definito da Scarpelli come il diritto relativo ai fenomeni della vita organica del corpo, della generazione, dello sviluppo, maturità e vecchiaia, della salute, della malattia e della morte; e la disciplina del fine-vita (così come molti altri ambiti della bioetica e della biomedicina) rientra pienamente in questo settore. Vivendo in uno stato di diritto, in cui le leggi regolano e normalizzano la vita di ciascuno, con lo scopo di tutelare i diritti e far rispettare i doveri di ogni cittadino, è bene essere informati sul modo in cui l’ordinamento italiano disciplina il delicato tema del fine-vita.
Considerando la fondamentale importanza e prevalenza gerarchica della Costituzione su qualsiasi altro tipo di legge ordinaria partorita dal Parlamento, e richiamando in particolar modo il diritto alla salute sancito dall’articolo 32 della Carta costituzionale (per cui “la Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti” e per cui “Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge” – come nel caso dei vaccini obbligatori – e ancora “La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana”), la disciplina delle situazioni di fine-vita risulta essere ancora troppo oscura e confusa, violando talvolta principi imprescindibili come l’eguaglianza (tutelata dall’art.3 della Costituzione), la ragionevolezza e la non-contraddizione delle norme.
Dopo casi giuridicamente rilevanti e mediaticamente clamorosi come i vari Welby, Nuvoli ed Englaro, capaci di scuotere dal torpore dell’indifferenza sia le maggiori rappresentanze laiche e politiche che quelle religiose, il Legislatore italiano ha provato a fare un po’ d’ordine dando vita ad un disegno di legge (intitolato “Disposizioni in materia di alleanza terapeutica, di consenso informato e di dichiarazioni anticipate di trattamento”, ma meglio conosciuto come ddl Calabrò, bocciato e abbandonato dal Parlamento al termine dell'ultimo governo Berlusconi) incapace, tuttavia, di disciplinare efficacemente questo tema assai delicato (direttamente collegato alle dichiarazioni –prima direttive– anticipate di trattamento da esso regolate), ma riuscendo comunque nell’intento di fissare dei paletti ben precisi circa le pratiche vietate e penalmente perseguibili nel caso in cui il paziente infermo avesse invocato l’eutanasia nelle forme dell’assistenza al suicidio e dell’omicidio del consenziente (come dimostra l’art.1, lettera c del suddetto progetto di legge).
Infatti esistono sostanzialmente tre modi attraverso i quali un malato, affetto da patologie gravi e non più sopportabili che ad esempio possono colpire il sistema nervoso (e quindi anche la mobilità), può ottenere ciò che per lui è liberazione tramite la morte:
1. il rifiuto, qualora ne sia sottoposto, dei trattamenti sanitari vitali (nutrizione, idratazione e respirazione artificiali);
2. l’assistenza al suicidio;
3. l’omicidio del consenziente.
Tuttavia, a differenza del primo metodo, ritenuto essenzialmente legittimo ed anzi tutelato dallo strumento giuridico più rigido e sicuro possibile (la Costituzione, ex articolo 32), gli altri due, come detto, non solo non sono tutelati dall’ordinamento, ma anzi sono puniti attraverso lo strumento più coercitivo e repressivo possibile qual è la sanzione penale: assistenza al suicidio e omicidio del consenziente sono infatti puniti con la reclusione, come espressamente previsto dagli articoli 580 e 579 del nostro codice penale.
Inoltre, ricercando una disperata difesa assoluta della vita (e, per certi versi, folle nel tentare di azzerare l’autodeterminazione e il volere del paziente in favore di un’esistenza forzata, rendendolo così un mero “strumento” utile a preservare un bene astratto com’è la vita), il ddl Calabrò prevede anche un’incomprensibile riduzione del primo metodo, affermando all’art.3, comma 5 che “alimentazione e idratazione [...] devono essere mantenute fino al termine della vita” e che “non possono formare oggetto di dichiarazione anticipata di trattamento”, sostenendo implicitamente come esse non siano quindi considerate trattamenti sanitari (e quindi beni disponibili, soggetti ad un eventuale rifiuto del paziente, come evidenzia l’art.32 Cost.), bensì azioni fisiologicamente dovute che il malato deve subire fino a che un medico non decreterà un eventuale accanimento diagnostico-terapeutico (come indica l’art.16 del Codice di deontologia medica).
L’autodeterminazione del paziente risulta così ulteriormente ristretta, e nonostante la delicatezza e il carattere indubbiamente etico e personalissimo della scelta riguardo la prosecuzione della propria vita, tale legge sembra cedere questa stessa scelta ad una figura terza (il medico), sicuramente preparata nel settore, ma altrettanto sicuramente dotata di una morale e di una concezione della vita del tutto personale e spesso diversa da quella del malato in questione.
Qualche domanda sorge spontanea: perché un paziente che ha scelto come vivere, non può scegliere come morire, soprattutto in casi di estrema sofferenza e dolore? Perché si tutela così fortemente la vita, a prescindere da come viene vissuta e dalla volontà del malato di continuare o meno a viverla? Perché, ai sensi del ddl Calabrò, un paziente, la cui vita è legata ad un respiratore artificiale, può scegliere ed ha il diritto di morire chiedendo lo spegnimento di tale macchina, mentre un altro paziente, la cui vita è appesa ad un alimentatore mediante sondino naso-gastrico oppure è immobilizzato a causa di una grave malattia che, tuttavia, non lo obbliga a respirare tramite un ventilatore meccanico, non può scegliere di morire o farsi aiutare a morire, ed anzi ha il dovere di rimanere in vita? Su cosa si basa questa palese violazione dei principi di eguaglianza e libertà personale, sanciti dagli articoli 3 e 13, comma 1 della nostra Costituzione?
Le risposte date sino ad ora sono tre e contraddistinguono i cosiddetti modelli a tendenza impositiva (o “chiusi”), solitamente caratterizzati dalla tutela giuridica del diritto del paziente al rifiuto dei trattamenti sanitari (anche se su questo punto l’Italia, con il ddl Calabrò, dimostra di essere più “chiusa” di altri sistemi, come quello statunitense o britannico, in cui idratazione e nutrizione artificiali sono trattamenti sanitari rifiutabili) e dal divieto penale dell’omicidio del consenziente e dell’assistenza al suicidio.
Queste tre risposte, come ampiamente argomentato da C. Casonato in Introduzione al biodiritto, sono: 1) il carattere sacro ed indisponibile della vita, per cui tale bene appartiene a Dio, e solo Dio e non un medico o un individuo qualsiasi può sottrarlo al paziente (e nemmeno il paziente stesso); 2) il pericolo che la classe medica, abitualmente identificata come curatrice di malattie e “portatrice di vita”, possa essere etichettata come “donatrice di morte”, in quanto spetterebbe ad essa il gravoso compito di prescrivere o iniettare al malato la sostanza letale da lui richiesta per passare a miglior vita; 3) il fenomeno della slippery slope, la cosiddetta “china scivolosa”, secondo cui un’eventuale legittimazione dell’eutanasia attiva diretta ed indiretta (omicidio del consenziente e suicidio assistito) porterebbe ad un inarrestabile abuso delle pratiche eutanasiche, prospettando scenari apocalittici nei quali il paziente sarebbe “invitato a richiedere la morte” e “togliere il disturbo” in quanto la legge gliene darebbe la facoltà; per non parlare degli altrettanto catastrofici scenari radenti le pratiche eugenetiche della Germania nazista con tutte le loro terribili conseguenze.
Ciò che è inspiegabile è il perché questi dubbi non siano emersi anche in materia di diritto al rifiuto, considerato legittimo e recante gli stessi effetti dell’eutanasia attiva, vale a dire la morte del paziente.
Inoltre la comparazione e l’esperienza giuridica di ordinamenti stranieri appartenenti al cosiddetto modello a tendenza permissiva (o “aperto”) ci dimostrano: 1) che la prima risposta data dal modello impositivo riguardo la sacralità della vita può valere per un credente, ma qualora un paziente non fosse osservante si violerebbe il suo diritto all’autodeterminazione (configgendo anche con il carattere laico, secolare e liberale della nostra Costituzione, e con l’art.7, comma 1 della stessa); 2) che i dubbi e i timori verso i medici dovrebbero essere presenti anche nel caso in cui si dovesse spegnere un respiratore artificiale (problema che nessuno si è, giustamente, posto, in quanto, oltre alla legge, esiste quel codice di deontologia medica sopraccitato pronto non solo a tutelare il malato, ma anche a vigilare sul corretto operato dei suoi sottoposti); 3) che l’eutanasia attiva non sarebbe abbandonata a se stessa e al libero arbitrio di medici, pazienti e persone ad essi collegate, ma sarebbe disciplinata e condizionata da regole tanto rigide quanto efficaci, scongiurando qualsiasi tipo di abuso.
Basti pensare all’Olanda, dotata di un modello tendenzialmente permissivo, in cui omicidio del consenziente e assistenza al suicidio sono reati ben identificati e severamente puniti dalla legge; ma tale punibilità diviene impunibilità in presenza di 6 requisiti ben precisi, fissati dalla legge n.194 del 19 aprile 2001, molto discussa ma alla fine accettata di buon grado dalla popolazione nederlandese:
a) il paziente deve aver formulato la richiesta in modo libero e ben meditato;
b) il paziente dev’essere afflitto da una sofferenza ineludibile ed insopportabile;
c) il medico deve informare il paziente circa la situazione in cui egli si trova e circa le sue prospettive;
d) medico e paziente, in virtù dell’alleanza terapeutica che tra essi vige, devono assicurarsi che non esista alcuna, seppur minima, possibilità di miglioramento delle condizioni del malato, e che non esista alcuna alternativa soddisfacente per il malato;
e) un medico terzo ed indipendente dovrà visitare accuratamente il malato e dare lo stesso responso formulato dal medico sopraccitato, in forma scritta e seguendo i punti a, b, c e d;
f) il medico deve porre fine alla vita del paziente o assisterlo al suicidio in modo scrupoloso dal punto di vista medico.
Per concludere, come appena visto, le soluzioni alla problematica dell’eutanasia e della sua regolamentazione ci sono. Probabilmente la situazione socio-culturale italiana non ci permette ancora di approvare in tempi rapidi una legge che disciplini il fine-vita (com’è accaduto in Olanda, in Belgio, in Lussemburgo, in Svizzera o nello Stato dell’Oregon), affinché casi di omicidi del consenziente e suicidi assistiti per così dire “clandestini” (caratterizzati da morti orribili, dovute magari a miscele errate o ad una mancata sedazione preventiva del paziente) non si verifichino più.

La cosa importante non è tutelare o meno un diritto all’eutanasia attiva, ma tornare a parlarne, a confrontarsi e a dialogare, promuovendo il pluralismo culturale ed evitando, così, che persone già gravemente malate siano ulteriormente afflitte dal dubbio causato dall’oscurità, dall’irragionevolezza e dalle contraddizioni legislative.

sabato 21 gennaio 2017

La Morte sugli sci, la nuova vignetta di Charlie Hebdo

Charlie Hebdo torna ad occuparsi dell'Italia e lo fa piazzando una vignetta che sarà destinata a far discutere.
Questa volta l'oggetto del disegno è la valanga che ha colpito l'Hotel Rigopiano, nel quale si vede la Morte sciare giù dalla montagna con la didascalia “Italia: la neve è arrivata”, mentre esclama: “E non basterà per tutto il mondo!”.
Ovviamente e, da un certo punto di vista, plausibilmente è scattata la social-indignazione con domande più o meno retoriche tipo: “Ma come cazzo si fa ad ironizzare su una tragedia del genere? Chi è quel coglione che ha avuto questa macabra idea? Non sarebbe meglio ignorare Charlie Hebdo quando produce questo genere di spazzatura, anziché dargli tanto rilievo?”
La mia domanda più o meno retorica, invece, è un'altra: e se la nuova vignetta di Charlie Hebdo non fosse una mancanza di rispetto verso le vittime della valanga, ma, come già scrissi a proposito del disegno sul terremoto della scorsa estate, fosse un attacco a chi quelle vite avrebbe dovuto tutelarle, mettendo a disposizione i mezzi per la pulizia delle strade e per assicurare soccorsi più rapidi in caso di emergenza, dato che, come scrive il Corriere della Sera, “Lo scaricabarile tra le istituzioni, le lungaggini burocratiche e i difetti di comunicazione tra i vari enti hanno paralizzato gli interventi”?
O ancora, e se la nuova vignetta di Charlie Hebdo non fosse una mancanza di rispetto verso le vittime della valanga, ma verso la Morte stessa che, sdentata e pagliaccesca, sfreccia tra la neve dovendo utilizzare le falci come racchette, dileggiando ciò che viene spesso (per non dire sempre) considerato intoccabile?
Tutto può essere oggetto di Satira, quindi siamo davvero sicuri che l'autore della vignetta sia semplicemente un sadico bastardo e che il suo obiettivo fosse prendersi gioco di una disgrazia capitata ad un gruppo di esseri umani come lui? O forse il messaggio è un po' più profondo e critico come, a mio parere, fu quello lanciato dalla rivista satirica dopo il sisma di agosto, volendo dirci che la Morte non avrebbe mai indossato quegli sci se gli organi di potere avessero fatto diligentemente il loro lavoro?
Ecco, secondo me se si vuole avere a che fare con la Satira e giudicare la Satira (di qualsiasi tipo) bisogna spingersi oltre, provare ad andare al di là del senso letterale, tentare di interpretare.

Altrimenti rimarremo sempre su due piani differenti, pretendendo di scavalcare muri utilizzando sgabelli anziché scale a pioli.

domenica 4 settembre 2016

Charlie Hebdo e il "terremoto all'italiana"

È passato qualche giorno dalla vignetta pubblicata da Charlie Hebdo (la prima, quella intitolata “Terremoto all'italiana”, per capirci) e ho letto davvero di tutto. Ed è stato molto interessante leggere davvero di tutto, perché i pensieri (anche contrastanti) che, come tante navi, hanno solcato l'oceano dell'opinione pubblica verso quell'utopistica isola chiamata “Verità”, sono stati moltissimi. Dallo scoglio dei mezzi di informazione di cui dispongo, ho osservato imponenti galeoni del giornalismo e del panorama intellettuale (tra cui mi ha particolarmente stupito la disapprovazione di Sergio Staino, uno dei più popolari fumettisti satirici italiani, che si è comunque schierato contro la censura della stessa), nonché bagnarole striminzite del commentatore occasionale, lanciarsi all'attacco della rivista francese, condannando quel disegno raffigurante un uomo insanguinato sovrastato dalla scritta “penne al pomodoro”, una donna tumefatta con sopra l'etichetta “penne gratinate” e infine delle macerie stratificate, dalle quali spuntano dei piedi, a mo' di ripieno, con tanto di “pomodoro sanguinolento”, e la didascalia recitante un laconico “lasagne”.
Se dicessi che il primo pensiero non è stato un “ma che cazzo disegnano...?!?!?” sarei un bugiardo. Travolto dalle emozioni (poiché in una società dove ahimè l'apparire conta più dell'essere, anche lo sguardo conta più del pensiero), mi sono un po' indignato: “La Satira, dal II secolo a.C. ad oggi (a tal proposito consiglio il mio articolo sulla sua genesi: http://ilmeteorologo.blogspot.it/2014/03/satiricamente-moderni-genesi-di-un.html), si è sempre occupata dei potenti! Ha sempre messo alla berlina le prevaricazioni delle autorità politiche, economiche, religiose eccetera. Perché accanirsi contro la debolezza di un popolo afflitto da una calamità naturale, quindi da una catastrofe fuori controllo?”
Dopo la reazione impulsiva si è attivato anche il cervello (che ci mette sempre un po' a carburare) e ho provato a ragionare su quel disegno, cercando di individuare la chiave di lettura più vicina a quella forgiata dall'autore. Un po' come avere una serratura davanti al naso e un mazzo di chiavi in mano: tante non entrano neanche nella toppa, altre entrano senza aprirla e una sola spalanca la porta, permettendoci di vedere come stanno le cose.
E alla fine, pensando alla natura della Satira, pensando ai suoi bersagli, ho capito che la mia prima impressione (così come l'impressione di molti miei amici su Facebook, di molti quotidiani, di molti intellettuali), mantenendo la metafora della serratura, è più paragonabile ad un cacciavite che ad una chiave.
Secondo me, infatti, la vignetta, nella sua crudezza, non si è mai proposta di schernire “la debolezza di un popolo afflitto da una calamità naturale”, quanto piuttosto l'irresponsabilità di chi avrebbe dovuto, dall'alto dei suoi poteri, tutelare quelle vite. E paragonare le vittime a delle ipotetiche pietanze con cui lo sciacallaggio politico, imprenditoriale ed edile pasteggerà nei prossimi giorni, settimane, mesi e verosimilmente anni, è davvero geniale, dimostrando che gli obiettivi che la maggior parte dell'opinione pubblica aveva individuato in quei tratti di matita erano (molto probabilmente) gli obiettivi sbagliati.
Disegnare un politico, grassoccio e sudaticcio, in giacca e cravatta, che cena con davanti gli stessi piatti a forma di vittime del sisma, con tanto di bocca sporca di pomodoro/sangue, sarebbe stato molto più diretto e, presumibilmente, non avrebbe avuto l'impatto mediatico e l'ampia disapprovazione che ha effettivamente scatenato; ma, d'altro canto la Satira è anche questo: è provocazione, è schiaffo, è solletico, è aberrazione, è compiacimento, può piacere, può far cagare, ma merita di essere libera e, soprattutto, dimostra come talvolta non sia accessibile a tutti.

Non ci resta altro che continuare a navigare, assicurandoci che il nostro mazzo abbia sempre una chiave in più che una chiave in meno.

lunedì 9 maggio 2016

9 maggio 1978 - 9 maggio 2016: ricordando Peppino Impastato

Cinisi, 9 maggio 1978: moriva all'età di 30 anni Peppino Impastato, giornalista, speaker radiofonico e attivista siciliano, nonché poeta.
Ci sono certe parole che andrebbero usate con il contagocce e che, invece, troppo spesso vengono sparate, a mo' di idrante, nelle orecchie delle persone. Una di queste è il termine "eroe".
Beh, Peppino Impastato è stato un eroe e l'epiteto è tutto meritato, così come se lo meritano le tante altre persone che si sono impegnate e, tutt'oggi, si impegnano per curare la Sicilia (e non solo) dal cancro mafioso.
Una Sicilia che è inferno e paradiso, una Sicilia in cui le due dimensioni si fondono e dove le campagne brulle, gli ulivi, i limoni, i fichi d'india fanno da cornice paradisiaca, appunto, ai pranzi e agli incontri della criminalità organizzata. E il tutto si mescola e si fonde a tal punto che lo stesso malaffare diventa parte integrante della natura, assumendo il medesimo carattere bucolico e primordiale. Tutto diventa "normale", quando normale non è.

Come racconta Giovanni, fratello di Peppino, qualcosa è iniziato a cambiare quando ci si è resi conto che la mafia non è un fattore naturale e inscindibile dal territorio, quando ci si è resi conto che inferno e paradiso esistono e bisogna tenerli ben distinti.
Tramite l'informazione, l'inchiesta, la cultura, la satira e la denuncia, Peppino e i suoi amici si sono attivati per smascherare questa "normalità" malata.
38 anni fa, cavalcando l'onda dello stragismo e del terrorismo rosso e nero caratterizzante i cosiddetti "anni di piombo", Cosa nostra mise a tacere la voce di Peppino, cercando di spacciare il suo omicidio per un attentato-suicidio di stampo politico (grazie anche alla connivenza di alcuni "difensori dello Stato").

Dopo alcuni anni, fortunatamente tale tentativo vide il suo fallimento attraverso la condanna del boss Gaetano Badalamenti, mandante dell'assassinio. Ma oggi la voce si affievolisce quando la TV pubblica trasmette lo sguardo vacuo e impassibile di un altro criminale, Giuseppe Salvatore Riina, mentre promuove il suo libro in cui racconta che pater familias encomiabile sia papà Totò.
E, oggi, le labbra balbettano quando la TV pubblica trasmette le intercettazioni di Pino Maniàci, telegiornalista, anche lui siciliano, paladino dell'antimafia e celebre per le sue inchieste scottanti all'attacco del potere e della criminalità organizzata, pizzicato, però, mentre estorce del denaro e chiede favori ad un sindaco di un comune dell'isola, in cambio del suo silenzio mediatico, e per ciò indagato.

Per questo è importante ricordare l'eroismo di Peppino, perché non so se la Sicilia e l'Italia si meritino molto di più, ma certo devono provarci; e come esistono tanti Riina, esistono tanti Impastato. 
E non bastano (e non basteranno) pallottole e tritolo per cancellarne la memoria.

mercoledì 23 marzo 2016

Una giornata di merda

“Idomeni, 22 marzo 2016

E io che pensavo che ieri fosse stata una giornata di merda, al campo profughi d'Idomeni, al confine tra Grecia e Macedonia. Una giornata come le altre, ma pur sempre di merda, qui, ad attendere che passino le ore e che qualcuno decida il da farsi.
Per carità, le giornate erano ancora più di merda nel Paese da cui provengo. Tonnellate e tonnellate di merda. Ma non quella organica, melmosa e maleodorante. Una merda diversa, fatta di carrarmati, bombe, mortai, macerie e polvere. Tanta di quella polvere che ci si potrebbe costruire un campo da calcio! E io ci giocherei pure in quel campo: un pallone, un paio di scarpini e via! In porta no, però! Perché tra la polvere, cumuli e cumuli di ceneri, un proiettile di merda mi ha ferito al braccio sinistro. Quindi niente parate, solo gol, in quell'ipotetico campo di sabbia.
E invece no. E, ironia della sorte, in un campo ci sono pure! E la giornata di merda di ieri e dell'altro ieri e del giorno prima ancora (che ha seguito una settimana veramente di merda, in mezzo a distese d'acqua così sconfinate che pensavo avremmo raggiunto l'America) è diventata, oggi, una giornata che si aggiudica di diritto il premio come “Super giornata di merda” da quando siamo scappati dalla guerra: mentre siamo qui, seduti, ammassati, nervosi, sudici, oggettivamente brutti (perché la guerra imbruttisce, ma anche la miseria imbruttisce, e guerra e miseria fanno parte della stessa ciclopica montagna di merda), giunge la notizia delle stragi di Bruxelles, delle rivendicazioni dell'Isis, degli attentati al grido di “Allah è grande”.
E io Allah l'ho sempre pregato. Perché quando sei nella merda, ad uno come me viene spontaneo alzare gli occhi al cielo ed allungare il collo e aguzzare lo sguardo verso le nuvole, per estrarre almeno la testa, almeno la mente dal puzzo circostante.
Ma se poi quattro stronzi la merda la creano in nome di colui che dalla merda dovrebbe tirarci fuori, innescando un cruento circolo vizioso fatto di sangue e odio e pregiudizio e sospetto e rabbia e vendetta e altra merda che si accumula, anche se nella merda ti ci ritrovi senza volerlo, senza esserne responsabile, ti senti comunque complice, lurido e fetido.

E non ti resta che un foglio di carta, delle scuse semplici e sincere che somigliano tanto ad un mazzo di fiori profumati e che, anche se non lo sei, anche se magari sogni di fare il medico per salvare chi dalla merda è sommerso già da tempo o vi ha visto sprofondare i propri cari, ti fanno sentire un po' meno stronzo e un po' più umano.”

lunedì 5 ottobre 2015

Donald J. Trump: storia (già vista) di un magnate "sceso in campo"

Per carità, in Italia esistono problemi ben più gravi da risolvere, ma un'occhiata oltreoceano ai papabili candidati alla Casa Bianca per il 2016, così, a tempo perso, io gliela darei. Su tutti spicca la "discesa in campo" di Donald J. Trump, magnate dell'edilizia, autodefinitosi "politicamente corretto" per la sua "schiettezza" spesso sfociante nella più abietta ignoranza e maleducazione. Le sue discutibili affermazioni sui migranti messicani (tutti ladri e e delinquenti), sulla necessità di costruire un muro al confine con il Messico, sull'inferiorità femminile e sulla guerra preoccupano non poco, dato che un'eventuale vittoria, alle primarie prima e alle presidenziali poi, lo catapulterebbe alla guida di un Paese che non ha proprio l'incidenza politica, economica e militare delle iso
le Fiji...
C'è chi giura sia una trovata pubblicitaria dell'imprenditore statunitense al fine di sponsorizzare i suoi progetti extra-politici, per poi ritirarsi a ridosso del voto vero e proprio. Tuttavia, essendo chiamato a segnare la X sulla scheda l'elettorato repubblicano (gente che ha nominato un Bush e, non contenta, ha rincarato la dose qualche anno dopo con il primo figlio inetto), non si è mai troppo tranquilli.
Quindi ecco un video di 90 secondi (http://www.media.rai.it/articoli/la-storia-di-donald-trump-in-90/31145/default.aspx) realizzato dalla trasmissione Tv Talk (in onda il sabato pomeriggio, alle 15, su Rai3) per conoscere Donald J. Trump, eccentrico miliardario, leader nel campo dell'edilizia, amante delle barzellette da osteria, candidatosi (molto probabilmente) per difendere i propri interessi.
In qualche modo mi ricorda qualcuno...