martedì 29 dicembre 2020

Ignoranza: ecco lo schema per contrastare il "figlio degli uomini"

Ignorance and Want
Ignorance and Want, John Leech, 1843
Natale è passato da poco e, come ogni anno, TV e internet pullulano di trasposizioni cinematografiche e virtuali del celeberrimo e amatissimo Canto di Natale di Charles Dickens, con l'avvento dei tre spiriti (quattro considerando l'ex socio Jacob Marley) e con la redenzione del vecchio peccatore Ebenezer Scrooge.

Nella narrazione dell'opera, una parte del racconto che viene spesso tralasciata è il momento in cui, poco prima di sparire, il fantasma del Natale presente mostra a Scrooge i "figli degli uomini" - così li definisce lo spettro - che vengono descritti dall'autore come "due bambini striminziti, spaventosi, ributtanti, miserabili".
Il maschio è la personificazione dell'Ignoranza, mentre la femmina rappresenta la Miseria.

Ed è curioso come lo spirito, sottolineando la nocività di entrambi, ammonisca Scrooge sulla pericolosità del bambino, cioè dell'Ignoranza: "Guardati da tutti e due, Scrooge, e da tutta la loro stirpe, ma soprattutto guardati dal bambino, perché sulla sua fronte io vedo scritto «Dannazione»".

Lo sviluppo della tecnologia e l'avvento dei social ci hanno dato la possibilità di informarci ed essere maggiormente informati (almeno dal punto di vista "quantitativo") e di poter esercitare (a volte sguaiatamente) il diritto di manifestare liberamente il nostro pensiero, a prescindere da tutto e da tutti, sottovalutando o trascurando l'attendibilità delle fonti pur di veicolare, al maggior numero possibile di persone, il nostro (più o meno utile) messaggio.

Dunque, per concludere in bellezza un anno che ha visto (tra le varie sciagure) l'ennesimo trionfo dell'impulsività e della frustrazione sui social, concretizzatesi in commenti basati sull'approssimazione, sull'infondatezza e sulle fake news (non ultime quelle riguardanti la dannosità dei vaccini... Alé!), ecco uno schema funzionale by Lou Cilio - Satira a matita per provare a invertire la rotta e per promuovere la proficua partecipazione ai vari dibatti online (ma valido anche per quelli reali).

Un grafico semplice e intuitivo per guardarsi da quel sempre più temibile bambino dickensiano, auspicando che, nel frattempo, non si sia già fatto uomo, magari (chissà) alla guida di qualche partito politico.

sabato 13 giugno 2020

Vicenza e quella clausola antifascista


L’antifascismo in una democrazia è come l’olio nell’insalata: ci sta sempre bene, la arricchisce e le dà sapore!

Dopo questa doverosa similitudine gastronomica, veniamo ai fatti: in queste ore sta facendo molto scalpore l’approvazione, da parte della giunta vicentina di Centrodestra, del nuovo regolamento COSAP (Canone per l'Occupazione di Spazi e Aree Pubbliche).
Tale regolamento disciplina la concessione di occupazione del suolo pubblico, da parte del Comune, al soggetto che utilizza in modo esclusivo uno spazio o un’area pubblica. Tra le forme di occupazione c’è, per esempio, l’installazione di gazebo per la propaganda politica.

Prima del suddetto aggiornamento, la lettera d dell’art. 5 del documento affermava che, per poter ottenere la concessione, i richiedenti avrebbero dovuto sottoscrivere la seguente dichiarazione: «Dichiaro di riconoscermi nei principi fondamentali della Costituzione Italiana e dello Statuto comunale e ripudio il fascismo, la cui riorganizzazione è vietata sotto qualsiasi forma dall’ordinamento giuridico».

In seguito all’aggiornamento, i mass media hanno dato la notizia affermando unanimemente che era stata tolta dal regolamento la “clausola antifascista”! News confermata da un trionfante assessore berico e dalla furia dell’opposizione di Centrosinistra.
Vi confesso che, alla lettura del pezzo e alla esultanza del Centrodestra per questa modifica, mi sono indignato anch’io: «Vicenza, Medaglia d’oro al valor militare per la Resistenza, infangata da questa discutibile scelta operata, guarda caso, da una giunta di Centrodestra… È una vergogna!».

Tuttavia, leggendo il nuovo testo della disposizione, si nota che quel ripudio del fascismo si è trasformato in un ripudio di «ogni forma di totalitarismo» e di condanna verso «l’uso della violenza a fini politici».

Ovviamente l’obiettivo della giunta destrorsa non era tanto quello di allargare il raggio d’azione della norma, quanto piuttosto quello di togliere la parola “antifascismo” dal testo.
Ma le è andata male, poiché inserendo la nuova frase anche il concetto di antifascismo, pur scomparendo dal periodo, ne è uscito rafforzato. Ora è bandita – come dovrebbe essere ovvio – l’adesione e la promozione di qualsiasi forma di dittatura, a prescindere dal colore politico; e la lotta al fascismo rimane ugualmente tutelata.

Mi stupiscono, dunque, sia l’imbarazzante esultanza dell’assessore di Centrodestra (come se “antifascismo” fosse una parola impronunciabile, una bestemmia, un arcaismo da estirpare) sia – ripeto: letto il testo della disposizione – l’indignazione delle forze di opposizione.

Ma in fondo non c’è poi così tanto da stupirsi e la risposta è più facile di quanto sembri.
Da un lato, il cancro fascista nella Destra più o mena estrema non è mai stato realmente debellato, con continui ammiccamenti ai nostalgici del Ventennio anche da parte dell’ala più moderata, timorosa di perdere elettori e consensi. A ciò si unisce l’insensata equazione antifascista = comunista, un errore che dimentica e offende tutti i liberali, i socialisti, i democristiani, i cattolici, i monarchici antifascisti che hanno partecipato alla Resistenza e che hanno contribuito a sconfiggere le forze naziste e repubblichine.

Dall’altro lato, la scarsa lucidità nel riconoscere che quando ai comunisti nel mondo è stata data l’opportunità di governare, i risultati sono stati disastrosi, con derive spesso autoritarie.

E proprio sul punto, però, torna il fraintendimento che sovente viene utilizzato – tendenzialmente da esponenti della Destra – come principale argomentazione nell’errato dibattito tra le due ideologie: «Comunismo e nazifascismo sono le due facce della stessa medaglia».

No.

Per ascoltare l'intervento completo di Alessandro Barbero,
 clicca qui: https://www.youtube.com/watch?v=QJtwNtcgMBI&t=16s
Per riprendere brevemente un’analisi del professor Alessandro Barbero, storico e docente presso l’Università del Piemonte Orientale, fascismo e nazismo nascono, nella prima metà del XX secolo, come poteri connotati da un forte dispotismo. Infatti, nelle ideologie fascista e nazista il pensiero unico, il partito unico, la rigida gerarchia, la soppressione delle opposizioni, la persecuzione degli avversari politici, il totale accentramento del potere nelle mani di un unico leader, che si sostituisce al Popolo, fanno parte ab origine dello schema fondante le suddette dottrine. 

E il comunismo? Esso è nato nella prima metà del XIX secolo con quel Manifesto che, esordendo con la celebre frase «Uno spettro si aggira per l'Europa», rende i ricchi proprietari consapevoli del fatto che, come afferma il professor Barbero, «i loro operai non si accontentano più di lavorare e di essere sfruttati, ma si stanno organizzando e vogliono cambiare il mondo». Un mondo con maggiori diritti e maggiore eguaglianza, volto a imporre a coloro che avevano più risorse di aiutare, anche forzatamente, coloro che ne avevano meno, per favorire una sorta di bilanciamento socioeconomico.
Un mondo che, quando il comunismo ne ha avuto l’opportunità, non è stato però cambiato; un mondo che anzi ha assistito all’estremizzazione della dottrina promossa da Marx ed Engels con la conseguente creazione di tirannie sanguinarie e omicide.

Ma il comunismo è questo? «Ditelo a chi lottava – prosegue Barbero – per organizzare gli operai e farli scioperare nell’Italia appena unita di Vittorio Emanuele II, che il comunismo sono i campi di concentramento… Ditelo a quelli che si sono fatti ammazzare in tanti Paesi, lottando contro il colonialismo, per esempio. Essere comunista, per la stragrande maggioranza della gente che per centocinquant’anni è stata comunista, ha voluto dire: “Noi sogniamo un mondo migliore e cioè non un mondo dove marciamo tutti inquadrati e invadiamo l’Etiopia o la Polonia, beninteso”.».

Tali considerazioni segnano una netta linea di demarcazione tra comunismo da una parte e nazismo e fascismo dall’altra, portando Barbero a concludere che la differenza è evidente e «se uno ignora questa differenza, appunto, ignora la verità».

Alla luce di tale riflessione, trovo corretto allargare il raggio d’azione non solo vietando la promozione di idee fasciste e naziste, ma anche di tutte quelle storpiature che favoriscono l’instaurazione di regimi totalitari, a prescindere dal colore politico.

Un raggio d’azione che (abbandonando gli analfabeti funzionali alla loro incapacità di comprendere un testo) è ben identificato da quel ripudio di ogni forma di totalitarismo e da quel rispetto dei principi e dei valori fondamentali della Costituzione Italiana che la norma del nuovo regolamento COSAP chiaramente esprime.

L’antifascismo di Vicenza, virtù della città veneta, non è in pericolo. Lo stalinismo – che non è il comunismo – sì.
Con buona pace di entrambe le fazioni.

giovedì 19 dicembre 2019

Dalla UE come Auschwitz al dito medio a Salvini: riflessioni sulla Satira

“Satura quidem tota nostra est”… La satira (quella latina) è certamente tutta nostra, scriveva il retore Quintiliano; ma ancora oggi, quasi duemila anni dopo, ci chiediamo: “Cos’è la Satira?”
E anche se ci sforzassimo di risalire la corrente cronologica, nuotando come salmoni fino a quel V secolo a.C. che assistette alla messa in scena di opere spiccatamente satiriche come Le nuvole o Le rane di Aristofane, difficilmente troveremmo una risposta convincente a tale domanda.
Questa mia riflessione nasce dalle recentissime vicende che hanno chiamato in causa il concetto di “Satira”.
Episodi diversi, ma complementari: il disegno del vignettista Mario Improta che ha ritratto l’Unione Europea come un campo di concentramento nazista da cui fugge il premier britannico Boris Johnson; e il post social di Michela Murgia in difesa dell’autrice di un selfie con dito medio rivolto ad un assopito Matteo Salvini.
Cito questi due avvenimenti perché, in entrambi i casi, penso che l’aggettivo “satirico” sia stato aggiunto inopportunamente dai suddetti protagonisti.
Più studio la Satira, più leggo i suoi autori e commentatori, più mi rendo conto che essa non può essere imbrigliata o rinchiusa tra le rigide sbarre di una definizione o di un identikit.
La Satira, come vuole l'etimologia lanx satura (piatto pieno di macedonia di frutta), è una miscellanea, una commistione di stili e di registri linguistici e grafici. È straripante nella sua irriverenza con cui travolge impetuosamente e impietosamente gli schemi, le convenzioni, i costumi.
“Castigat ridendo mores”: una tempesta perfetta che si abbatte sulla società e, tra fulmini e acquazzoni, monda l’immondo mediante la caricatura grottesca, l’invettiva graffiante, la battuta sagace.
Eppure, anche se la Satira è una tempesta, meriterebbe più rispetto.
Approfondendo alcune opere e frammenti satirici, ho comunque trovato dei tratti comuni: lo spirito ironico (animus iocandi), il prediligere obiettivi celebri, il deformare la realtà, il voler trasmettere un messaggio avente una dimensione morale – a tratti moraleggiante – che denudi il "re" e spalanchi gli occhi del suddito, del gregario, dell’elettore! Azioni atte a smascherare chi sfrutta illecitamente la propria posizione politica, economica, religiosa o sociale per spadroneggiare sui più deboli.
Tuttavia, nonostante l’indiscusso ruolo svolto dalla Satira, c’è chi ne abusa usandola come scudo a difesa delle proprie insolenti e ingenue bischerate, a sostegno di quelle mere offese che nulla hanno a che vedere con il dileggio pungente e arguto, tipico del genere.
Certamente la Satira è anche aggressiva, feroce, caustica, volgare! Ma se si perde di vista la dimensione morale evocata da Dario Fo, seppur nella sua indubbia soggettività, se alla burla non segue la denuncia critica, se non si tenta nemmeno di innalzarla oltre un paragone insensato come quello di Improta oppure oltre il dito medio a Salvini, con conseguenti capriole retoriche di Murgia, si potrà continuare ad abusarne indiscriminatamente e ad additare come satirico ciò che è semplicemente diffamatorio.
Da un punto di vista giurisprudenziale, sviluppato attraverso numerose sentenze della Cassazione la quale ha individuato tre elementi (celebrità del satireggiato, continenza del messaggio satirico e pertinenza di quest'ultimo) affinché un'opera possa definirsi satirica, si potrebbe dire che, in entrambi i casi, manca proprio la pertinenza.
Infatti, come non ha senso paragonare l'UE ad un campo di sterminio, non ha ugualmente senso un gesto volto alla mera offesa tradotta nel dito medio al leader leghista.
La Satira, dunque, è una musa da tutelare e da invocare con cognizione di causa, dotata di quell’ironia scudisciante, di quell’astuzia bizzarra, di quell’eleganza sgraziata che ci garantisce di poter ridimensionare i potenti, di tenerli a bada, di non diventare come loro.

lunedì 30 aprile 2018

"Com'è umano, Lui!": il Berlusconi di Sorrentino, tra coca, mignotte e simbolismo


Un'ora di coca e mignotte, un'ora di Lui, che non è LVI, ma che dall'assiduo utilizzo del pronome personale lungo buona parte della pellicola, a mo' di entità suprema e innominabile, individua l'imprenditore di Arcore al culmine della sua celebrità economico-politica, ma già sulla via del declino, al pari del LVI di Predappio all'alba degli anni '40.
Se dovessi semplificare e banalizzare i primi 120 minuti di Loro, l'attesissimo film (suddiviso in due puntate) di Paolo Sorrentino, lo descriverei proprio così: una prima frazione incentrata sul personaggio di Sergio Morra che, interpretato da Riccardo Scamarcio, riporta alla mente il faccendiere Gianpaolo Tarantini, romanzandone l'esperienza, tra corpi nudi, scene di sesso, festini sfrenati e certe piste che nemmeno Indianapolis; e una seconda frazione dedicata alla figura di Silvio Berlusconi, i cui panni sono vestiti dal magistrale Toni Servillo.
Sergio Morra (Riccardo Scamarcio) e la moglie Tamara (Euridice Axen)
Il lungometraggio, come sottolinea il regista, rappresenta una "finzione in costume che mette in scena fatti verosimili, o anche inventati, avvenuti in Italia tra il 2006 e il 2010".
La finzione si mescola, dunque, alla realtà, dove lo stile grottesco di Sorrentino (già palesato ne La grande bellezza) esplode, soprattutto nella prima parte, in tutta la sua seppur lenta prorompenza. Ciò enfatizza il cinico arrivismo di Sergio Morra e l'untuoso servilismo dell'ex ministro Santino Recchia (interpretato da Fabrizio Bentivoglio, in un ruolo che concentra, in un unico personaggio fittizio, tutti quei politici che negli anni hanno tentato di sostituirsi invano al leader del Centrodestra), i quali, nell'intreccio della trama, si trovano ad interagire con persone tuttora esistenti, come Veronica Lario (Elena Sofia Ricci), Mariano Apicella (Giovanni Esposito), Noemi Letizia (Pasqualina Sanna) e soprattutto Silvio Berlusconi.
Ed è proprio Berlusconi il protagonista della seconda ora, ambientata, perlopiù, nella solitudine della sua villa in Sardegna, alle prese con la crisi coniugale vissuta assieme alla moglie dell'epoca. Un Berlusconi ancora famoso e influente, ma politicamente sconfitto, fisicamente stanco, emotivamente indebolito, che tenta di recuperare fiaccamente l'amore (o forse la stima, la fiducia) della Lario, non più disposta a barattare la propria dignità per qualche regalo o qualche gita in barca, lungo le coste sarde.
Coste sarde che, dato l'andazzo e conosciuta la storia (reale), giocheranno un ruolo fondamentale nel prosieguo della pellicola. L'obiettivo di Morra, pappone tarantino cui i piccoli "affari" pugliesi cominciano a stare stretti, è quello di trasferirsi a Roma per diventare il nuovo, per così dire, "organizzatore" delle feste opulente del cavaliere di Arcore. E tale scopo trova le sue fondamenta proprio nell'acquisto di una villa davanti a quella di Berlusconi e nei brevi giri con una modesta imbarcazione che tuttavia, attraverso musica ad alto volume e belle ragazze in costume, sembrano attirare l'attenzione del Silvio nazionale, in attesa del secondo capitolo.
Dal punto di vista "critico", posso dire che, dopo Il divo (film del 2008 dedicato alla figura di Giulio Andreotti e, anche questo, ambientato in un breve lasso di tempo che intercorre tra il 1991 e il 1993), mi sarei aspettato un lungometraggio maggiormente fedele ai fatti realmente accaduti, fin dal principio. Non capisco la scelta del regista di romanzare una vita, quella di Berlusconi, che è già di per sé una sceneggiatura, riducendone al minimo la goliardia (giusto qualche frame qua e là), al fine di riconsegnare al pubblico una figura molto più pacata e "umana" rispetto a quegli istrionici e arroganti comportamenti cui l'ex premier ci ha abituato negli anni.
Tuttavia apprezzo lo stile di Sorrentino e quel suo simbolismo che, attraverso un'immagine, un frammento o una parola, spalanca le porte di un mondo apparentemente sommerso, ma, in realtà, più a galla che mai. Tra questi, il costante utilizzo dei pronomi personali Lui e Loro, pronunciati dai personaggi in un mix di paura, mistero, ammirazione, finanche eccitazione; oppure la proiezione di scene apparentemente insensate ma assai eloquenti, come la morte di una pecora stramazzata al suolo mentre guarda un quiz condotto da Mike Bongiorno (Ugo Pagliai) o il vagabondare di un ratto tra le antiche rovine di Roma... Parole, frammenti e immagini in grado di trasmettere messaggi che potranno essere letti meglio al termine del secondo capitolo, ma che già a metà dell'opera dipingono un potere oscuro, oligarchico ma corruttibile, un popolo ipnotizzato, vacuo e belante, e un presente di degrado sociale, etico e culturale che il glorioso passato (oramai trapassato!) non riesce più a mitigare.

Buona visione!

domenica 4 febbraio 2018

"Sono tornato"...e pare che a molti l'idea non dispiaccia


A un mese esatto dalle elezioni, molti si chiedono quale sia l'uomo giusto per l'Italia, il candidato meritevole di fiducia per poter governare questa "nave sanza nocchiere in gran tempesta", come scriveva Dante. E in un'epoca di tempesta, appunto, tra la pioggia scrosciante e i lampi accecanti, non sono pochi coloro che corrono con la memoria (scolastica più che storica) a quel Ventennio in cui (sono soliti ripetere) la disoccupazione non esisteva e i treni arrivavano in orario (a quanto pare, anche quelli per la Polonia), invocando, quale timoniere, il nome di Benito Mussolini.
Alla luce di ciò, cosa accadrebbe se il Duce riapparisse? Come reagirebbero gli italiani? Coloro che lo ricordano con nostalgia, sarebbero davvero entusiasti di un ritorno a quel tipo di rigore?
A tal proposito, lo scorso giovedì è uscita nelle sale l'ultima fatica cinematografica del regista Luca Miniero, intitolata Sono tornato e incentrata proprio sulla figura di Mussolini. Il film è un remake del lungometraggio tedesco Lui è tornato, diretto nel 2015 da David Wnendt e ispirato all'omonimo bestseller di Timur Vermes, in cui l'autore ipotizza il ritorno sulla Terra, nel XXI secolo, di Adolf Hitler.
Recuperando in toto la trama del film di Wnendt, salvo contestualizzarla a Roma (e non a Berlino) nel 2017, Miniero, attraverso la realizzazione di una specie di "commedia amara", si propone di sottolineare come la figura del Duce e, soprattutto, le sue idee troverebbero un certo consenso nell'Italia di oggi.
Ed ecco, quindi, LVI (ben interpretato da Massimo Popolizio) precipitare, come un asteroide, in Piazza Vittorio Emanuele II, con la divisa militare comprensiva di medaglie e lustrini, il fez nero corredato di aquila imperiale e cordoncino, e i piedi ancora legati (chiaro riferimento all'esposizione del suo cadavere in Piazzale Loreto nel 1945), mentre viene raggiunto da alcuni bambini di colore che, nonostante l'accento marcatamente romanesco, gli fanno supporre una ribellione e una "controffensiva" da parte delle colonie africane. 
L'incontro con l'aspirante regista Andrea (intrappolato nella staticità espressiva di Frank Matano) che, per la maggior parte del film, lo ritiene semplicemente un ottimo imitatore satirico grazie al quale poter realizzare un documentario, consente al dittatore di intraprendere, assieme al giovane cineasta, un viaggio lungo lo Stivale, per ascoltare le considerazioni del popolo.
Evidenziate le perplessità mussoliniane riguardanti la tecnologia e alcune conquiste sociali (dal multiculturalismo al processo di legalizzazione dei matrimoni tra omosessuali), e riconsegnato allo spettatore un Mussolini che oscilla tra la buffa macchietta e l'intransigente condottiero (anche se il primo aspetto prevale sul secondo), il Duce si confronta con gli italiani del terzo millennio, delusi dalla classe politica dirigente, intimiditi dallo straniero,  preoccupati per la crisi economica e nostalgici di quel Ventennio visto da molti come un periodo di ordine sociale più che di oppressione.
Ed è cavalcando questa ondata di malcontento (cui molti politicanti ancora oggi si ispirano...) che balena nella mente del leader fascista l'idea di sfruttare il disagio sociale per riacquistare il potere, fomentando l'odio nei confronti del diverso e accogliendo di buon grado le riflessioni di alcune persone (non attori, bensì cittadini realmente intervistati) secondo le quali la soluzione sarebbe un ritorno ad una sorta di dittatura, al fine di responsabilizzare un unico individuo. Nell'ottica di questi politologi ed economisti improvvisati, ciò scongiurerebbe la spartizione del potere e diminuirebbe i relativi costi della politica.
Riuscirà il tiranno di Predappio a riconquistare la fiducia e la stima degli italiani (a patto che le abbia già avute durante il suo regime novecentesco)? O il suo destino sarà nuovamente quello di penzolare a testa in giù, al di sopra di una folla euforica? La risposta è nelle sale cinematografiche!
Tuttavia, un altro tipo di risposta può essere già dato: a prescindere dalla convinzione e dalla serietà con cui, durante il film, il Duce viene acclamato e celebrato a suon di saluti romani e teneri selfie,  il lungometraggio di Miniero ci riconsegna un'Italia confusa, spaccata, disincantata e a tratti disinteressata, critica nei confronti degli intrighi di Palazzo, ma al contempo incapace di reagire, preferendo colpevolizzare le minoranze e auspicando, tra il solenne e il faceto, il ritorno di una figura autorevole, finanche dispotica, ma amministrativamente efficiente.
Perché se è vero che, come diceva il Poeta, l'Italia è un Paese "sanza nocchiere", e anche vero che, come diceva Pier Paolo Pasolini, l'Italia è un "Paese senza memoria".
E, in entrambi i casi, il risultato è deleterio.

Buona visione!

martedì 17 ottobre 2017

Loving Vincent: un giallo a colpi di giallo

La locandina del film, nelle sale esclusivamente dal 16 al 18 ottobre 2017
Se dovessi descrivere Loving Vincent con una sola parola, direi "giallo". Ciò potrebbe risultare banale e semplicistico, tuttavia il giallo è davvero il tema dominante durante i 94 minuti di film accompagnati dalle azzeccatissime musiche di Clint Mansell. E non mi riferisco solo ai cromatismi, ma anche alla narrazione, dato che la trama di questo spettacolare lungometraggio, che attraverso numerosi flashback in bianco e nero ripercorre la vita di Vincent van Gogh, rievoca gli ultimi anni del pittore olandese e affronta, a mo' di thriller, la ricostruzione della sua controversa morte.
Il tutto raccontato mediante la realizzazione di oltre mille dipinti che, susseguendosi in più di 65.000 fotogrammi e mescolandosi alla tecnica rotoscope, esaltano la travagliata esistenza e lo stile inconfondibile di uno dei più celebri e discussi post-impressionisti della storia dell'arte.
I colori vividi e le pennellate dense dipingono la vicenda, ambientata perlopiù in Francia nel 1891, a un anno di distanza dalla morte di van Gogh. Armand Roulin, figlio del postino che aveva gestito la corrispondenza tra i fratelli Vincent e Theo van Gogh (dei quali il carteggio sarà pubblicato dalla moglie di quest'ultimo nel 1914), viene incaricato dal padre di consegnare l'ultima lettera dell'artista al fratello, collezionista e antiquario.
Il legame tra Vincent e Theo è fortissimo, testimoniato da uno scambio di missive a dir poco febbrile e dalle espressioni ricche di amore contenute nelle medesime (tanto che il titolo del film richiama proprio la consueta, tenera firma del pittore: «Con affetto, Vincent»).
Ciò che rende indissolubile la relazione tra i fratelli van Gogh non è solo una questione "di sangue"; Vincent e Theo sono legati anche da una sorta di rapporto professionale informale, cioè privo di contratto, ai sensi del quale Theo finanzia il fratello più anziano. Egli sostiene le spese di pennelli, tele e colori per la realizzazione dei dipinti di Vincent, e ne promuove le opere, cercando di pubblicizzarle tra i commercianti d'arte, senza tuttavia riscuotere il successo sperato. Degli oltre 800 quadri realizzati da Vincent in otto anni di attività (dato che l'artista olandese si avvicinò all'arte "pratica", e non meramente commerciale, solo a 28 anni), venne venduto un solo dipinto prima del suo decesso.
Armand Roulin, ragazzo intraprendente del quale spicca la giacca gialla che, tra le strade sterrate o tra i campi di grano o sotto le stelle luminose, richiama la passione di Vincent per i colori caldi o per i decisi contrasti tra le sfumature paglierine e le tonalità più scure, ripercorre i luoghi attraversati dall'artista di Zundert, incontrando personaggi che risulteranno determinanti al fine di ricostruire non solo la vita, ma anche la personalità del pittore.
I personaggi del film, ritratti attraverso la tecnica rotoscope
Ciascun soggetto interpellato dal giovane Roulin racconta il suo rapporto con Vincent, delineando a volte un'indole scontrosa, riottosa e bizzarra, altre una personalità dolce, mansueta e straordinariamente sensibile.
Solo la solitudine sembra essere il tratto comune in tutte le descrizioni, dalle quali emergono una disperata ricerca di affetto e l'incapacità di comunicare con il mondo, se non attraverso le sue opere; è come se i dipinti di van Gogh fossero l'unico modo per esprimere i suoi sentimenti alla società.
Durante i vari incontri e colloqui tra Armand Roulin e gli altri personaggi, balzano agli occhi del pubblico quei brevissimi momenti, quei pochissimi secondi, in cui i registi Dorota Kobiela e Hugh Welchman "rallentano" lo scorrimento delle immagini e dei fotogrammi per concedere allo spettatore di focalizzare, in quel determinato istante, i celebri capolavori dell'artista olandese. Tra i tanti notevoli spunti artistici spiccano, all'inizio del film, lo Zuavo e, verso la fine, l'ancor più famoso Ritratto del dottor Gachet; giusto un paio di secondi in cui il lungometraggio abbandona lo spazio e il tempo per immortalare una delle opere più famose di van Gogh, nella quale
Un frammento del film raffigurante il colloquio tra il dottor Gachet e Armand
lo psichiatra viene raffigurato seduto, a mezzobusto, con il capo leggermente inclinato. In esso spicca uno sguardo malinconico, assorto e circondato dalle pennellate pastose e accese, attraverso le quali il volto, le mani e i libri rigorosamente gialli contrastano con la giacca e le colline bluastre sullo sfondo, ravvivavate da brevi tratti più chiari. Se al posto della pianta di digitale (che si può intravedere lungo il lato sinistro del frame) ci fossero stati dei girasoli, si sarebbe potuto affermare che in questo ritratto, dai colori alle sfumature, dall'espressività all'inquietudine, c'è tutto Vincent van Gogh.
Trovo che questo film sia un grande atto d'amore e di giustizia nei confronti di un autore vessato, travagliato e fortemente incompreso; un rivoluzionario e un anticonformista costretto, dalla malattia e dalla società, a cercare e trovare (parzialmente) rifugio nella sua arte.
E come tutti i rivoluzionari, come tutti gli anticonformisti (da Dante a Galileo, da Spinoza a Kafka...), van Gogh è destinato a vedere la sua anima, le sue idee, la sua poetica disprezzate dai suoi contemporanei e apprezzate dalle generazioni successive. Un errore cui la società presente, passata e futura non riuscirà mai a porre rimedio.

martedì 20 giugno 2017

L'insostenibile leggerezza dell'informare (ovvero quando notizie pesanti come elefanti vengono ridotte a topolini)

Oggi, leggendo la home page del Corriere della Sera, ho voluto provare a concentrami sulla rilevanza data dalla testata milanese alle notizie provenienti dall’Italia e dal mondo.
Potrei essere smentito riguardo la qualità del quotidiano in questione, ma tutto sommato penso che il Corriere sia uno dei giornali più affidabili nel panorama informativo italiano. Ed è per questo motivo che non riesco a spiegarmi come (da un punto di vista internazionale) l’intervista allo scrittore anglo-pakistano Hanif Kureishi sui fatti di Londra e (da un punto di vista nazionale) la protesta dei ricercatori scatenatasi a Milano a causa della loro precarietà lavorativa possano essere surclassate e inserite nella prima pagina del sito Internet ufficiale dopo notizie come il “Royal Ascot” (la gara inglese di cavalli e cappelli), la bambina cinese con la testa incastrata nella ringhiera (per cui l’80% dei bambini avrebbe meritato la copertina almeno una volta nel corso dell’infanzia), il monito circa i potenziali danni podologici delle infradito, l’elefantino che rischia di annegare (ma grazie al cielo mamma e papà corrono a salvarlo), i chilogrammi persi da Jonah Hill (che non si sa chi cazzo sia) o la “rivolta social” causata dall’eliminazione del trio di concorrenti di “Reazione a Catena” su Rai 1 (tali sono le rivoluzioni cui ci siamo ridotti).
Mediante questo tipo di impostazione telematica e visiva, è evidente che le considerazioni di Kureishi circa «un grande pericolo di disordini sociali» in una città multiculturale come Londra e non solo (ovviamente in seguito all’attentato alla moschea di Finsbury Park e alla grettezza divulgativa dei media e dei tabloid britannici), passino in secondo piano.
Allo stesso modo, un’altra notizia posta in primo piano, che rivela il deprecabile gesto di un assessore caltagironese di abbandonare dei cuccioli in una zona della città, fa giustamente indispettire ma, nel contempo, distrae dalla protesta di mille ricercatori di alcuni noti ospedali italiani che rischiano il posto per effetto del Jobs act (medici, biologi, farmacisti, chimici che un domani potrebbero salvarci la pelle).
Ecco, se la cronaca dev’essere veridica, continente, pertinente e soprattutto oggettiva, penso che anche la scelta delle notizie, nonché l’attribuzione ad esse di una maggiore o minore importanza, debba essere oggettiva.
Anche perché il fatto che la piattaforma informatica non richieda quell’oculata scelta di notizie imposta dall’utilizzo parsimonioso della carta stampata, non giustifica l’inserimento in primo piano di chiacchiere da ombrellone, atte a suscitare quel grado di indignazione che oscilla tra lo sdegno per le pacchianerie targate Icardi-Wanda Nara e la collera per il mancato rinnovo contrattuale di Donnarumma.