venerdì 11 settembre 2026

La vignetta della discordia tra satira, censura e condanne

Nuvole di polvere si sollevano verso quattro grattacieli che si stagliano su uno sfondo blu. Ai lati, avvolti dalle ceneri, due aerei hanno appena colpito gli edifici. 

È l’11 settembre 2001, ma le nuvole polverose hanno contorni morbidi e tondeggianti e anche i palazzi sembrano usciti da un cartoon. Ed effettivamente sono una creazione di Denis Leroy, in arte Guezmer:  vignettista francese che il giorno stesso dell’attentato al World Trade Center impugna la matita e realizza un’immagine destinata a far discutere, tra indignazione, sorrisi amari e difesa delle libertà di espressione e di satira.

Riproduzione tramite AI della vignetta di Leroy
La notizia corre, i telegiornali si affannano a parlarne e i vignettisti a disegnarne, tanto che anche alcune delle informazioni riportate risultano poi sbagliate. “Tutti l’avevamo sognato…Hamas l’ha fatto!” recita erroneamente la vignetta di Leroy, riprendendo un popolare slogan pubblicitario e adattandolo spietatamente alla simbolica distruzione dell’imperialismo statunitense.

Hamas infatti non c’entra nulla, l’attentato era stato organizzato dai terroristi di Al Qaeda, ma poco importa: la satira di Leroy intende attaccare l’egemonia americana, il sogno a stelle e strisce che a volte si trasforma in un incubo per quelli che le stelle e strisce non le vogliono.

Tuttavia, il numero di vittime, di feriti, di dispersi e le dinamiche tragiche di un evento che sconvolse la storia dell’umanità pesano come un macigno sulla scelta cinica e impulsiva dell’illustratore transalpino.

Due giorni dopo, il 13 settembre, quando a New York si sta ancora scavando tra le macerie, il settimanale basco Ekaitza pubblica la vignetta di Leroy. Lo sdegno soffoca sul nascere quel diritto di manifestare liberamente, anche con tono critico e ironico, il proprio pensiero: non c’è spazio per le burle e per l’invettiva sarcastica quando si parla di migliaia di morti.

I tribunali francesi condannano Leroy e il direttore della testata per complicità in apologia del terrorismo (in virtù della legge sulla stampa del 1881), infliggendo al vignettista una multa di 1.500 euro e l'obbligo di pubblicare la sentenza a proprie spese.

Leroy non ci sta: ricorre alla Corte europea dei diritti dell’uomo, sostenendo che la vignetta non intendeva glorificare il terrorismo, bensì esprimere un'opinione satirica e attivista contro l'imperialismo statunitense, in virtù dell'Articolo 10 della Convenzione Europea dei Diritti dell'Uomo sulla libertà di espressione.

Inoltre, Leroy invoca l’Articolo 14 sulla discriminazione, affermando che una trasmissione satirica televisiva nazionale (Les Guignols) aveva fatto una parodia identica senza subire alcun processo.

Niente da fare: il 2 ottobre 2008, a sette anni di distanza da quella vignetta, la Corte di Strasburgo non rileva alcuna violazione dell’Art. 10 da parte delle corti francesi e rigetta l’istanza sulla discriminazione, condannando Leroy a pagare quanto indicato nella sentenza transalpina.

I giudici europei, infatti, stabilirono che la sanzione inflitta dalla Francia fosse giustificata e proporzionata allo scopo di difendere l'ordine pubblico e prevenire i reati. Per i giudici di Strasburgo il disegno non si limitava a una critica politica dell'imperialismo americano, ma, per i termini usati, esprimeva un chiaro sostegno morale ai terroristi e glorificava la violenza ledendo la dignità delle vittime. Inoltre, il tempismo della pubblicazione (avvenuta nel momento in cui il mondo intero era ancora sotto shock) e il luogo (il periodico Ekaitza usciva in una regione politicamente sensibile ai temi del terrorismo come sono i Paesi Baschi) legittimavano la condanna, considerando anche che l'ammenda pecuniaria di 1.500 euro fosse di entità moderata e non sproporzionata.

La sentenza divenne fondamentale nella storia della giurisprudenza per rimarcare i cosiddetti limiti al diritto di satira, evidenziando come, considerando i diritti in ballo, non sempre si possa scherzare su tutto, almeno secondo la Corte europea dei diritti dell’uomo.